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15 Luglio Nicola Abbagnano 1901

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Messaggio Da Admin - AnnaGarofalo il Gio Lug 03, 2008 9:26 pm

Fin dalla sua prima opera, Le sorgenti irrazionali del pensiero(1923), Abbagnano ritiene che tra la verità e la vita vi sia assoluta eterogeneità. Il pensiero non è tutto lo spirito ma solo il suo momento simbolico. L’essenza dello spirito non è dunque il pensiero ma l’esperienza immediata della vita, la volontà, l’azione libera e creatrice. Il pensiero segue ed esprime la vita: la verità si raggiunge per il fatto stesso che si vive ed in quanto si vive. È la nostra volontà che domina e trionfa nella verità. Tali opera giovanile fu discussa da molti studiosi contemporanei ed ebbe un notevole successo. 
In Introduzione all'esistenzialismo (1942), Abbagnano dichiarava che “Il tema fondamentale delle pagine che seguono, nelle quali ho ripreso i motivi del mio libro La struttura dell'esistenza, è che la filosofia non si giustifica come lavoro di indagine o ricerca dottrinale, se non la si riconosce fondata sulla natura stessa dell'uomo in quanto esistenza. I problemi della filosofia concernono veramente l'essere dell'uomo; e non già dell'uomo in generale, ma del singolo e essere, nella concretezza del suo esistere, e sono appelli o richiami a lui rivolti perché venga in chiaro con se stesso, assuma le sue responsabilità e prenda le sue decisioni”. La filosofia è quindi per Abbagnano in ogni caso opera strettamente personale. E poiché nessuno può decidere per un altro, il filosofare è quanto di più intimo e di più segreto c'è nell'esistenza del singolo. Tuttavia il singolo non è mai solo. Egli è bisognoso di aiuto ed è in cerca di aiuto: e l'aiuto può riceverlo e può darlo. Perciò ognuno di filosofia lavora per sé e per gli altri. Si preoccupa dell'uomo, dei suoi interessi concreti, della sua vita fra gli uomini, di tutto ciò che gli sta a cuore. Non crede che la vita sia spettacolo o dramma a cui si possa assistere. Né ama il dramma. Vuole offrire una via solida, aperta, libera perché l'uomo possa percorrerla. Ma appunto perché in questo senso il filosofare è un atto umano, un aspetto che dobbiamo presumere essenziale dell'esistenza, il problema di esso é il problema che l'uomo pone a se stesso intorno a se stesso, è l'essere stesso dell'uomo come problema di se stesso. Esistendo, io esco dal nulla per muovere verso l'essere; ma se raggiungessi l'essere e fossi l'essere, cesserei di esistere perché le esistere è la ricerca o il problema dell'essere. 
Alla determinazione dell'atteggiamento esistenzialistico si aprono dunque tre strade. La prima impostazione è quella di Heidegger, la seconda è quella di Jaspers, la terza è, dice Abbagnano, la mia. La superiorità dell'impostazione che io presento – continua Abbagnano - consiste nel fatto che solo in essa il problema dell'essere trova il suo fondamento come problema. Nelle altre due la posizione del problema è l'annullamento del problema. L'esistenza si costituirebbe come rapporto con l'essere solo per realizzare l'impossibilità del rapporto. Difatti, nel primo caso, essa metterebbe capo all'impossibilità di distaccarsi dal nulla, nel secondo caso è metterebbe capo all'impossibilità di riattaccarsi all'essere. Esse riducono l'esistenza ad una impossibilità fondamentale e quindi sono negate l'indeterminazione e la libertà. Essere riducono la decisione e la scelta esistenziale a decidere quello che già è stato deciso, a scegliere quello che già è stato scelto. Esse tolgono al destino dell'uomo il suo carattere di fedeltà libera e lo riducono all'accettazione del fatto. Esse infine rendono impossibile qualsiasi normatività e qualsiasi valutazione. L'impostazione che io presento – conclude Abbagnano - realizza autenticamente l'indeterminazione e la libertà dell'esistenza. L'esistenza si pone nel rapporto con l'essere riconoscendosi come pura possibilità di questo rapporto e rimanendo fedele alla problematicità della sua struttura. Se si definisce l'esistenza rispetto al suo rapporto con l'essere, l'esigenza di consolidare e fondare questo rapporto agisce come norma interiore nella costituzione dell'esistenza e come principio valutativo delle possibilità che le si offrono. La mia esistenza non dipende propriamente né dal nulla né dall'essere, ma dalla possibilità di essere nella quale mi costituisco.


Negli anni seguenti Abbagnano diventò in poco tempo la figura più importante dell’esistenzialismo italiano, che rappresentò uno sviluppo originale della corrente filosofica rispetto ai suoi rappresentanti ufficiali in Germania (vedi Heidegger e Jaspers) e in Francia (Sartre e Marcel). Ma avvenne anche un ulteriore approfondimento nel suo pensiero: una attenzione particolare alla scienza e alle metodologie scientifiche. Se nei suoi scritti giovanili Abbagnano aveva in fondo preferito l’arte alla scienza, adesso ridava valore alla scienza e le attribuiva valore filosofico prendendo proprio posizione contro quelle correnti filosofiche che tendevano a sminuirla o a disprezzarla (vedi ad es. l’idealismo o il neoidealismo). Scienza e filosofia sono entrambe importanti e si basano su due atteggiamenti diversi ma che non si escludono a priori a vicenda. La scienza tende alla conoscenza del mondo, ad ordinare i fenomeni che lo costituiscono, a rendere possibile l’uso delle cose, mentre alla filosofia spetta il problema dell’uomo, anche e soprattutto nel senso che il filosofo non può mai essere uno spettatore disinteressato e disincarnato di quello che gli succede come invece deve essere lo scienziato nei confronti della realtà che indaga. Vi è così da un lato il riconoscimento della validità della scienza ma dall’altro lato la difesa del valore perenne della filosofia. Abbagnano considerava la saggezza la caratteristica propria della filosofia in quanto “progetto dei comportamenti legittimi dell'uomo di fronte alle cose”. Scienza e filosofia costituiranno sempre per Abbagnano due discipline distinte ma entrambi indispensabili.

Visti questi presupposti, la filosofia di Abbagnano viene da lui ridefinita con un altro termine. D’ora in poi si riferirà al proprio pensiero come ad un empirismo metodologico. Rimane certo sempre e comunque l’esigenza esistenzialistica però d’ora in poi preferirà precisarla nel senso di un pensiero che si basa su un metodo empiristico. Cominciamo col dire che un principio metodologico generale non soltanto impegna all'uso di tecniche di attestazione e di controllo, ma esige come regola che esse siano suscettibili di autorettificazione. Con ciò egli ritiene che l’empirismo debba essere inteso soprattutto come una esigenza metodologica. In altre parole ciò che definisce l'orientamento empiristico in filosofia è il riconoscimento esplicito di tale principio metodologico generale e perciò la disposizione ad utilizzare, senza obiezioni e pregiudiziali, ogni strumento tecnico che soddisfi a quel principio e ogni risultato che possa essere attestato e controllato da uno di tali strumenti. 
A questo atteggiamento è perciò connesso il senso operante dei limiti delle scienze, delle imperfezioni delle tecniche e del carattere non dogmatizzabile dei risultati. Ciò che si deve escludere è l'irrigidimento dogmatico di tali risultati considerati avulsi dal loro contesto, al di fuori dei limiti di validità consentiti dall'operazione di controllo e adoperati come pezzi di materiale grezzo per costruzioni di diversa natura, alla cui solidità essi non possono minimamente contribuire. Ciò che la regola metodologica esige è che il problema particolare che il filosofo si trova davanti e che è interessato ad indagare, non venga artificialmente impoverito e ridotto ad uno solo degli aspetti, e precisamente a quello trattabile e con la tecnica analitica preferita. Il principio metodologico impegna me come filosofo (e anche come non filosofo) a dare conto umanamente delle mie asserzioni, cioè a darne conto all'anche agli altri uomini mediante procedimenti che gli altri possano intendere e adoperare con una certa efficacia. Esso pertanto mi colloca fin dall'inizio nell'orizzonte umano. Impegnandomi a dar conto agli altri, quel principio mi impegna a considerare me stesso costantemente i rapporto con gli altri. L'empirismo è perciò il tentativo di esplorare, con l'occhio umano, il mondo umano. 


Alcuni anni dopo, Abbagnano introdurrà un ennesimo nuovo termine per indicare l’ambito delle proprie ricerche. Parlerà di nuovo illuminismo. Esso – spiega Abbagnano - accetta il carattere problematico che la filosofia è giunta a riconoscere a se stessa perché lo ritiene radicato nella stessa realtà che costituisce il suo oggetto o suo tema fondamentale. Secondo questo atteggiamento, la filosofia è problematica perché la realtà stessa è problematica. Questo atteggiamento non presuppone che il mondo sia stabile, rifinito e sicuro e tale da offrire all'uomo in tutti i campi di ogni garanzia di riuscita; per ciò stimola continuamente la ricerca filosofica verso l'invenzione o il ritrovamento di mezzi e strumenti atti a permettere all'uomo di orientarsi nel mondo e di farne un mondo quanto più è possibile umano contratti proprio sotto questo aspetto, gli indirizzi contemporanei riconducibili a tale atteggiamento si possono indicare con il nome di nuovo illuminismo. L'illuminismo settecentesco fu dominato dall'esigenza di fare del mondo la casa dell'uomo; lo strumento di tale realizzazione era la ragione. La ragione intesa non però come sostanza del mondo bensì come forza umana, finita e tuttavia efficace, che agisce sul mondo e nel mondo a servizio dell'uomo. Dal '700 ad oggi, molti dei miti, delle illusioni ottimistiche, delle esasperazioni polemiche, proprie del illuminismo, sono ovviamente cadute, conclude Abbagnano. Tuttavia l'esigenza propria dell'illuminismo conserva la sua validità per le correnti più proprie e significative della filosofia contemporanea. 


Nel giugno 1953 Abbagnano organizzò, proprio per difendere e diffondere queste idee, un convegno che lo vide relatore insieme a Bobbio e a Geymonat, e al quale parteciparono una trentina di studiosi: pur essendo presenti filosofi di diverse tendenze, fu possibile una comunanza di intenti in una presa di posizione a favore di una filosofia che fosse d’accordo su una interpretazione non metafisica della ricerca filosofica e fosse attenta ai rapporti tra filosofia e scienza. Il neo-illuminismo durò una breve stagione ma rappresentò in quegli anni una nuova politica culturale molto creativa. Il frutto più maturo di Abbagnano fu il suo famoso Dizionario di filosofia, pubblicato nel 1961, dopo un decennio di lavoro metodico condotto da solo.
Negli ultimi anni Abbagnano si dedicò alla divulgazione del suo pensiero ad es. in libri che raccoglievano i suoi interventi su vari giornali e riviste. Ricordiamo a questo riguardo i titoli: Per o contro l’uomo (ed. Rizzoli 1968), Fra il tutto e il nulla (Rizzoli 1973), La saggezza della vita (Rusconi 1985) La saggezza della filosofia (Rusconi 1987), ecc.
Fonte.

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