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29 Agosto 1632 John Locke

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default 29 Agosto 1632 John Locke

Messaggio Da Admin - AnnaGarofalo il Ven Ago 29, 2008 5:42 pm

Al centro della filosofia di Locke troviamo la sua teoria della conoscenza. A questa spetta il compito di esporre l'origine e i fondamenti della conoscenza umana, e, al tempo stesso, scoprire i limiti delle facoltà conoscitive dell'uomo.
Nella propria coscienza, ogni uomo trova determinate rappresentazioni, le idee, dove col termine idea Locke indica tutto ciò che sia l'oggetto dell'intelligenza quando l'uomo pensa.
Ma da dove provengono le idee? Esse derivano esclusivamente dall'esperienza. Locke contesta la teoria dell'innatismo, secondo la quale l'uomo possiede idee innate, presenti in lui in una fase precedente a ogni tipo di esperienza. Al momento della nascita, la nostra mente è una sorta tabula rasa. Tutte le rappresentazioni si sviluppano solo con il tempo e traggono origine esclusivamente a partire dall'esperienza. Nonostante ciò, la facoltà di costruire rappresentazioni esiste in precedenza.
L'esperienza si basa su due fonti: la sensazione che deriva dal senso esterno e la riflessione che, derivando dal senso interno, si riferisce agli atti del pensare, del volere, del credere, ecc. Le idee prodotte da queste due attività possono essere semplici o complesse. Le idee semplici si suddividono, a loro volta in idee che possono essere percepite solo da un senso (colori, suoni), idee che vengono colte attraverso più sensi (spazio, movimento), idee che nascono dalla riflessione (processi interiori della coscienza), idee che comportano la partecipazione di riflessione e sensazione (piacere, tempo). Rispetto alle rappresentazioni semplici la nostra mente si comporta in modo passivo: esse provengono direttamente dagli stimoli esterni. Per quanto riguarda la sensibilità, Locke distingue le qualità primarie, proprie delle cose esteriori in quanto tali (estensione, figura, solidità, densità, numero) dalle qualità secondarie, soggettive (colore, sapore, odore).
La mente possiede, peraltro, anche la capacità attiva di produrre, paragonando, separando, collegando e astraendo, idee complesse, i cui elementi costitutivi sono ancora le idee semplici. Le idee complesse possono essere raggruppate in tre categorie distinte: sostanze, modi e relazioni. Le sostanze sono cose distinte, sussistenti per se stesse, o specie (come uomini o piante). I modi sono idee complesse, che non sussistono per se stesse, ma si accompagnano alle sostanze (il giorno, ad esempio, è un modo semplice del tempo). Ci sono, poi, i modi misti, ai quali appartengono anche i giudizi morali (la giustizia). Le relazioni sono idee complesse, come quelle di causa ed effetto.
"La mente non possiede, con tutto il suo pensare e dedurre, nessun altro oggetto immediato che le sue proprie idee. Pertanto, appare chiaro che la nostra conoscenza ha a che fare solamente con le nostre idee. La conoscenza non mi sembra essere null'altro che la percezione della connessione e dell'accordo o disaccordo o ripugnanza tra alcune delle nostre idee." L'ambito della nostra conoscenza è perciò limitato: non può andare oltre le idee che possediamo e fino alla possibilità di percepire l'accordo o il disaccordo fra di esse. Non è neppure possibile avere una visione d'insieme di tutte le nostre idee e dei possibili rapporti esistenti fra di esse. Ne deriva che la nostra conoscenza può cogliere la realtà delle cose solo in modo limitato e come la nostra capacità percettiva consente. A seconda del grado di chiarezza si distinguono diversi livelli di conoscenza:

1) Il livello più alto è quello della conoscenza intuitiva. In questo caso, la mente percepisce l'accordo o il disaccordo di due idee in modo immediato e tramite se medesima (per esempio, che un cerchio non è un quadrato).

2) Il livello intermedio è quello della conoscenza dimostrativa. In questo caso la mente riconosce l'accordo o il disaccordo delle idee, ma non per via diretta, bensì tramite il ricorso ad altre idee. A questo tipo di conoscenza appartengono i procedimenti deduttivi in base a prove.

3) Il terzo livello, infine, è quello della conoscenza sensitiva dell'esistenza di un numero infinito di singoli esseri che sussistono al di fuori di noi.

La verità può riferirsi solamente alle proposizioni, questa infatti consiste nella connessione corretta o nella distinzione di segni, con riguardo alla corrispondenza con le cose indicate. Visto che la nostra conoscenza è limitata e che nella maggior parte degli ambiti non è possibile raggiungere certezza assoluta, ai fini dell'effettiva gestione dell'esistenza, acquista notevole importanza la probabilità, la quale ci consente di integrare le lacune conoscitive. Essa riguarda proposizioni che, sulla base della nostra propria esperienza o della testimonianza degli altri, abbiamo motivo di ritenere vere. L'atteggiamento della mente nei confronti di tali proposizioni è detto credenza, opinione, o assenso. bene e male sono determinati in base alla gioia o al dolore prodotto. L'agire umano è volto a conseguire la gioia (felicità) e a evitare il dolore. Pertanto, i principi normativi, ovvero le leggi morali, sono in rapporto ai premi e ai castighi. "Ciò che moralmente è bene o male è, quindi, solo l'accordo o il disaccordo dei nostri atti intenzionali con una legge attraverso la quale noi riceviamo del bene o del male a seconda della volontà e del potere del legislatore." Vengono identificati tre tipologie di leggi morali:

1) la legge divina, misura del peccato e del dovere, così come essa è imposta direttamente da Dio all'uomo e viene collegata a una pena o a una ricompensa ultraterrena;

2) la legge civile, ovvero l'insieme delle regole imposte dallo Stato, le quali stabiliscono la punibilità delle azioni;

3) la legge dell'opinione pubblica o della reputazione, chiamata da Locke anche legge filosofica, poiché principalmente è stata la filosofia a occuparsene (il vizio e la virtù; il rispetto e il disprezzo).

Nello stato di natura, precedente all'aggregarsi degli uomini in società, regnano la piena libertà e uguaglianza. Il singolo ha un illimitato potere discrezionale su se stesso e sui suoi beni. Tuttavia, ognuno è sottoposto alla legge di natura, il cui sommo principio è la conservazione della natura creata da Dio. Ne deriva il divieto da parte del diritto naturale di arrecare danno alla vita, alla salute, alla libertà e ai beni del prossimo e, ancor più, di distruggerli. Lo stato di natura potrebbe, perciò, al contrario di quanto sostenuto da Hobbes, corrispondere a una condizione di pace, se non esistessero determinati individui che costantemente hanno la tendenza a violare la legge su cui esso è costruito. Poiché tutti sono uguali, ognuno ha diritto di giudicare e punire coloro che abbiano infranto la pace vigente. Essendo però ciascuno, in tal modo, giudice di se stesso, questo condurrebbe, di fatto, a un continuo stato di guerra, se non esistesse un'istanza superiore, alla quale spettano il potere giudiziario e legislativo.
Ai fini della pace e dell'autoconservazione, gli uomini si aggregano, pertanto, in base a un contratto sociale, in comunità, affidando a un'istanza superiore il potere legislativo, il potere giudiziario e il potere esecutivo. Il potere statale è, però, legato alla legge di natura. In particolare, devono essere rispettati l'istinto dell'individuo all'autoconservazione, la sua libertà e i suoi beni. Il benessere generale ha valore di norma vincolante. Per evitare il rischio di un governo assolutistico è necessaria una ripartizione dei poteri. Nel caso in cui un governante violi le leggi, il popolo ha il diritto di deporto tramite una rivoluzione.
Per quel che riguarda l'esercizio della religione, Locke auspica la tolleranza da parte dello Stato. La scelta di appartenere a una comunità di fede deve essere libera e lo Stato non ha alcun diritto di intromissione nei suoi contenuti.
Nell'ambito dello stato di natura vige la comunione dei beni. Ma al fine di rendere utilizzabili i beni naturali come mezzo di conservazione dell'individuo, questi devono essere acquisiti. La legittimazione della proprietà privata è data dal lavoro. Ognuno ha una proprietà nella propria persona e ciò che egli ricava dalla natura attraverso il proprio lavoro diviene sua proprietà. Poiché, peraltro, ognuno è autorizzato ad accumulare quanto può consumare, non si sviluppano, inizialmente, grandi concentrazioni di proprietà. La situazione cambia radicalmente con l'introduzione della moneta, che avviene con l'assenso di tutta la comunità. Dato che questa consente di raccogliere più di quanto sia possibile consumare, sorge l'accumulo dei beni, e specialmente di grandi proprietà terriere. La distribuzione ineguale della proprietà è però considerata tacitamente giusta, poiché l'introduzione della moneta è stata accettata da tutta la società.
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