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5 Ottobre 1713 - Denis Diderot

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Messaggio Da Admin - AnnaGarofalo il Gio Ott 16, 2008 9:52 pm



Con Diderot (e con Voltaire) siamo alla base del pensiero illuminista. Un pensiero che ha avuto le sue evoluzioni nel tempo, ma mantenendo sostanzialmente fedele una coerenza etica di fondo. Diderot fu autore, oltrechè di romanzi e racconti, di un cospicuo numero di opere filosofiche che rimasero però spesso inedite per lungo tempo, con scarsa influenza sul pensiero illuministico del Settecento. Attraverso gli ambienti parigini in cui circolavano i testi filosofici clandestini, Diderot lesse gli inglesi (soprattutto Shaftesbury): nei "Pensieri filosofici" è infatti testimoniato l'iniziale deismo di Diderot, utilizzato (come in Voltaire) in polemica anti-cristiana. Ma già nella "Lettera sui ciechi" (1749) la concezione deistica di Diderot si evolve in senso spinoziano, portando ad un'identificazione di Dio con la natura ("Deus sive natura" era il motto di Spinoza) che esclude la presenza in quest'ultima di ogni causalità finale e, di conseguenza, rende inutile l'ipotesi di un Dio creatore, esterno alla natura stessa. Questa posizione è ulteriormente sviluppata in "Sull'interpretazione della natura" (1753): qui lo spinozismo diderotiano viene sviluppato in senso evoluzionistico; la materia, fornita autonomamente di movimento e sensibilità, è il principio dal quale derivano, per evoluzione progressiva, le diverse specie naturali. In questa tesi affiora la vicinanza di Diderot ad una concezione biologica della natura, sulla scia degli sviluppi che la biologia aveva avuto in Francia con scienziati del calibro di Buffon e de Maupertuis. Tutto ciò in contrapposizione alla più consueta interpretazione in termini fisico-meccanici, secondo il modello newtoniano che, sotto questo profilo, si inseriva nella precedente tradizione cartesiana. L'idea dell'evoluzione della specie dalla materia è, però, per Diderot soltanto un'ipotesi che funziona meglio della tradizionale concezione di un mondo dipendente da un creatore: la sua dimostrazione scientifica va al di là delle possibilità della conoscenza umana. E' proprio questo carattere meramente ipotetico a distinguere la posizione filosofica di Diderot da quella dei materialisti contemporanei, con i quali egli entra in aperto conflitto (soprattutto nella "Confutazione di Helvétius") accusandoli di aver fatto del materialismo una concezione dogmatica dell'universo. Negli ultimi suoi lavori, Diderot accantona anche quest'ipotesi, e i suoi interessi di "philosophe" si concentrano sulla determinazione di una "morale naturale", giustificata dalla superiorità degli istinti naturali sui condizionamenti sociali. Le discussioni filosofiche di Diderot (come rivela il "Supplemento al viaggio di Bougainville", 1772) vengono dunque a toccare il problema, fatto emergere da Rousseau ed assai discusso nella cultura dell'epoca, dei rapporti tra la condizione naturale o selvaggia e quella civile. Tra le varie cose, Diderot recupera il concetto di eclettismo: un concetto che, nella tradizione filosofica, ha quasi sempre avuto un significato negativo, e che viene spesso ancora oggi inteso come sinonimo di mancanza di originalità, di collazione piú o meno disorganica di materiali altrui. Eclettismo invece, per Diderot, significa fare i conti con la varietà della realtà senza volerla per forza appiattire nella omogeneità di un "sistema"; significa lavorare con metodo per trovare il nesso che esiste fra le "verità" isolate, e impegnarsi in questa ricerca in maniera sistematica, seguendo la strada tracciata dalla "libertà di pensiero", "dall'esperienza e dalla ragione" e dalla quale è impossibile deviare.

Partito dalle note deiste dei "Pensieri filosofici" ("Pensées philosophiques", 1744), Diderot giunse presto a posizioni materialistiche con la "Lettera sui ciechi per l'uso di quelli che vedono" (1749) e la "Lettera sui sordi e sui muti per l'uso di quelli che intendono e parlano" (1751). Fu proprio la "Lettera sui ciechi" a causargli l'imprigionamento a Vincennes. In questa lettera Diderot sviluppava una nuova concezione del mondo e dell'uomo, un metodo di analisi e una nuova teoria della conoscenza. E' messo in discussione il concetto stesso di normalità: la diversità del cieco serve a Diderot per relativizzare il concetto di normalità e mettere in discussione molti luoghi comuni sullo sviluppo dell'intelligenza. Il cieco con cui dialoga possiede la ragione, la stessa degli altri uomini: ragione e intelligenza non si riducono a una combinazione di sensazioni: se empirismo e sensismo, di Locke e Condillac, fossero veri il mondo del cieco senza la facoltà di vedere sarebbe radicalmente diverso da quello del vedente: il che non è vero. Il cieco giudica come il vedente anche se attraverso modalità diverse. Le intelligenze possono svilupparsi in modo differenziato a seconda dei contesti culturali, educativi, sociali e fisici diversi. Diderot si serve dei ciechi per dimostrare come molte norme tradizionali e regole sono il prodotto di convenzioni sociali. Intravede l'utopia di un mondo e di una società costruiti su basi diverse. Il suo scopo è dimostrare che le nostre idee su dio e sulla morale non sono assolute ma relative alla nostra costituzione fisica, psichica e alla nostra educazione. Anche l'uso del dialogo, il dialogo di origine socratica, è indicativo della ricerca filosofica di Diderot. "La lettera sui sordi e muti" (1951) fu poi usata da Condillac per il suo "Trattato delle sensazioni", e influenzerà i lavori dell'abate de L'Epée. Diderot prende l'esempio dei sordi e dei muti per spiegare l'origine e la formazione del linguaggio. Mostra come non esiste solo il linguaggio parlato ma anche quello mimico e gestuale, vede i linguaggi come mezzi di comunicazione, sviluppa l'idea della molteplicità delle forme comunicative. Parlando del teatro osserva come la " lingua dei gesti è metaforica ". Analizzando la genesi della lingua francese, mostra come la lingua popolare, quella di Rabelais e di Montaigne, è più ricca e creativa di quella scritta codificata dai dotti. Scrisse alla voce 'Filosofo' dell'Encyclopédie: " la grazia determina il cristiano ad agire, la ragione determina il filosofo ", mentre l'uomo è un essere sociale ( " l'uomo è fatto per vivere in società "). Contro le superstizioni, i dogmi, gli idoli che tirannizzano lo spirito umano, scrive che " filosofare è dare la ragione delle cose o per lo meno cercarla ". Filosofia è " la scienza dei possibili ", occorre ricercare quello che può convenire in generale per tutti gli interessi umani e in che cosa consistono le differenze. Così giunge a ipotizzare un concetto di evoluzione differenziata, e si interessa di calcolo delle probabilità. La sua idea centrale è quella della combinazione dei possibili: la natura è un caos di forze, un insieme di contraddizioni e conflitti, di sviluppi potenziali. Di qui il superamento diderotiano del meccanicismo e del tradizionalismo statico. nella sua "Critica al libro 'Dell'Uomo' di Helvetius" scrive contro " il governo arbitrario d'un principe giusto e illuminato " che, anche se giusto e illuminato, abitua il popolo a obbedire al tiranno: " toglie al popolo il diritto di deliberare, di volere o non volere, di opporsi anche alla sua volontà quando ordina il bene; perché questo diritto di opposizione [...] è sacro: senza questo i soggetti assomigliano a un gregge di cui si disprezza il richiamo, con il pretesto che lo si porta nei grassi pascoli ". " La società si di vide in due classi: una classe ristretta di cittadini che sono ricchi, e una classe molto numerosa di cittadini che sono poveri ": Diderot critica sfruttamento e sperequazione, vorrebbe una ripartizione più equa della ricchezza. Nell' "Apologia dell'Abate Raynal" scrive contro " i tiranni religiosi ", e aggiunge: " il libro che amo e che i re e i loro cortigiani detestano è il libro che fa nascere i Bruti ": l'insurrezione è un dovere per un popolo oppresso, perché " i mortali sono tutti uguali ". Per Diderot " mai un uomo potrà essere la proprietà di un sovrano, un bambino la proprietà di un padre, una donna la proprietà di un marito, un domestico la proprietà di un padrone, un negro la proprietà di un colono. Dunque non possono esistere schiavi, neanche per diritto di conquista, ancora meno per acquisto e vendita. I Greci dunque sono stati degli animali feroci contro i quali i loro schiavi giustamente si sono ribellati. I Romani dunque sono stati bestie feroci [...] ". Per questo principio Diderot condanna i massacri degli spagnoli in America Latina. Ma fa anche qualcosa in più. Nel 1766-1769 il navigatore francese Bougainvil le aveva compiuto un viaggio di circumnavigazione scoprendo numerosi arcipelaghi della Polinesia, e aveva poi raccontato la sua esperienza nel "Viaggio intorno al mondo" (1771), che Diderot aveva letto. Diderot scrive allora il "Supplemento al Viaggio di Bougainville" (1771) che è una critica radicale dei fondamenti culturali e etici della civiltà europea del tempo. Il testo è scritto nella forma del dialogo tra il vecchio saggio di Tahiti e Bougainville. Diderot denuncia l'etnocidio e l'etnocentrismo de gli europei, mentre nello stesso tempo presenta la comunità tahitiana come vicina allo 'stato di natura' (sullo sfondo c'è il mito del "buon-selvaggio"), basata sulla parità uomo-donna, sulla comunità dei beni, l'eguaglianza, la libertà sessuale e l'autogoverno. Nell'isola di Tahiti non esiste l'idea di peccato, la parità tra i sessi è totale, la donna è un essere libero e pensante come l'uomo e non può quindi essere la proprietà di nessuno. Il vincolo matrimoniale non è eterno ma consensuale, esso è " il consenso di abitare in una stessa capanna, di dormire nello stesso letto, finché si sta bene insieme ": " appena la donna diventa la proprietà dell'uomo, e il piacere sessuale è vi sto come un furto, nacquero delle virtù e dei vizi immaginari. In una parola, tra i due sessi, delle barriere ". " Volete sapere la storia abbreviata di quasi tutta la nostra miseria? Eccola. Esisteva un uomo naturale. Hanno introdotto dentro questo un uomo artificiale, e si è alzata nella caverna una guerra continua che dura tutta la vita. Talvolta l'uomo naturale è il più forte, talvolta è travolto dall'uomo morale e artificiale. E nell'uno come nell'altro caso il povero mostro è lacerato, attanagliato, tormentato, steso sulla ruota. Gemendo senza sosta, continuamente infelice ". Invoca Diderot: " piangete, infelici tahitiani! piangete dell'arrivo [...] di questi uomini ambiziosi e cattivi [...]. Un giorno torneranno [...] per incatenarvi, sgozzarvi, assoggettarvi alle loro stravaganze e ai loro vizi, un giorno servirete sotto di loro, altrettanto corrotti, altrettanto vili, infelici come loro ". Fa dire al vecchio tahitiano: " noi segniamo il puro istinto della natura. Tu hai tentato di cancellare dalla nostra anima il suo carattere. Qui tutto è di tutti, e tu ci hai predicato non so quale distinzione del tuo e del mio [...]. Noi siamo liberi, ed ecco che tu hai piantato nella nostra terra il titolo della nostra futura schiavitù. Tu non sei né dio né un demonio: chi sei allora per fare degli schiavi? [...] Tu hai progettato nel fondo del tuo cuore la rapina di tutto un popolo! Tu non sei schiavo, soffriresti piuttosto la morte che esserlo, e tu vuoi asservirci! Tu credi dunque che il tahitiano non sappia difendere la sua libertà e morire? [...] Il tahitiano è tuo fratello. Voi siete due figli della natura: quale diritto hai su di lui che non abbia su di te? [...] Lasciaci le nostre usanze, sono più sagge e più oneste delle tue, non vogliamo barattare quella che chiami la nostra ignoranza contro i tuoi inutili lumi. [...] Siamo disprezzabili solo per non avere bisogni superflui? [...] Insegni fin dove vuoi quello che chiami la comodità della vita, ma permetti a de gli esseri sensati di fermarsi se ottengono dai loro continui faticosi sforzi solo beni immaginari. Se tu ci persuadi a oltrepassare il limite del bisogno semplice, quando finiremmo di lavorare? Quando goderemmo? Abbiamo ridotto il più possibile le nostre fatiche annue e giornaliere perché niente ci sembra preferibile al riposo. Va nel tuo paese ad agitarti, tormentarti quanto vuoi: lasciaci riposare ". Alla fine della sua vita il vecchio filosofo si schierava con le colonie nordamericane in rivolta contro l'impero inglese, con la sua "Apostrofe ai ribelli d'America" ("Apostrophe aux insur gents d'Amérique"): parla di libertà, uguaglianza, virtù, indipendenza, scrive che per raggiungere felicità e libertà gli americani non dovevano abusare della prosperità, dovevano essere giusti nella ripartizione delle ricchezze, non tentare di soggiogare altri popoli. Scrisse Diderot, ne "L'autorità politica" ( dall'Enciclopedia):

" Nessun uomo ha avuto dalla natura il diritto di comandare agli altri. La libertà è un dono del cielo, ed ogni individuo della stessa specie ha il diritto di fruirne non appena è dotato di ragione. L'unica autorità posta dalla natura è la patria potestà; ma la patria potestà ha dei limiti e nello stato di natura cesserebbe non appena i figli fossero in grado di governarsi. Ogni altra autorità ha un'origine diversa dalla natura. A ben guardare, si potrà sempre farla risalire ad una di queste due fonti: o alla forza e alla violenza di chi se ne è impadronito, o al consenso di coloro che vi si sono assoggettati con un contratto stipulato o presunto tra essi e colui al quale hanno deferito l'autorità. Il potere acquisito con la violenza è mera usurpazione, e dura solo finché la forza di chi comanda prevale su quella di coloro che ubbidiscono; sicché, se questi ultimi diventano a loro volta i più forti e si scrollano di dosso il giogo, lo fanno con altrettanto diritto e giustizia di chi l'aveva loro imposto. La stessa legge che ha fondato l'autorità allora la distrugge: è la legge del più forte. Talvolta l'autorità impostasi con la violenza cambia natura: quando si regge per aperto consenso di coloro che si sono sottomessi; ma in questo caso rientra nel secondo caso che esaminerò; e chi se l'era arrogata, diventando allora principe, cessa di essere tiranno ".


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