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Disgrafia e forza interiore

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Messaggio Da fabio di gennaro il Sab Gen 03, 2009 12:29 pm

Diego (nome di fantasia) è un ragazzo estremamente timido e insicuro che vorrebbe essere accettato dai compagni per le sue caratteristiche di generosità e sensibilità. Al di fuori della scuola la sua personalità trova meno difficoltà ad esprimersi soprattutto con gli amici della campagna (Ovada) e degli Scout.
E’ consapevole delle sue caratteristiche psicologiche e le ritiene causa dei suoi problemi relazionali con i compagni di classe. Ritiene la sua sensibilità una debolezza.
A questo stato di frustrazione si aggiunge il dubbio che il suo problema di disgrafia sia la causa della fragilità emotiva.
Sono stato emotivamente coinvolto dal dolore di Diego. Il suo stato d’animo è triste ma consapevole. Ho voluto fargli capire, durante i nostri incontri, che la sua sensibilità è una forza non una debolezza.
Mi ha raccontato come nel gruppo scout gli animatori lo abbiano definito un ragazzo con forza interiore. Mi sono accorto che questo poteva essere un argomento su cui lavorare per fare leva sulla sua autostima.
In campagna, a Ovada, con i suoi amici gioca a fare la guerra con archi e frecce e la sua personalità si esprime serenamente.
A scuola dice di non essere se stesso, mette una maschera ma gli sta stretta, non si piace, vorrebbe essere accettato per quello che è, parlare liberamente con i suoi compagni, giocare e non essere emarginato.
Nel gruppo scout ha il ruolo di vice capo e questo lo gratifica molto, sente che il ruolo gli sia stato assegnato per meriti e anzianità.
Diego ha problemi di disgrafia e anche il linguaggio non è fluido. Le maggiori difficoltà verbali le ha avute quando ha chiesto se il suo problema della scrittura era causa dei suoi problemi emotivi, aveva gli occhi lucidi. La ASL, da come il ragazzo mi ha riferito, deve aver valutato la sua difficoltà a scrivere un handicap e lui ne soffre molto.
Abbiamo letto assieme alcune cose riguardanti la disgrafia e tra queste era presente un’affermazione che lo ha sorpreso molto: “..la disgrafia non è una malattia, ma una ricchezza. Mediamente, infatti, i bambini disgrafici sono più intelligenti dei loro coetanei non-dísgrafici.”
Gli ho parlato di che cosa sia la forza interiore che i capi scout gli hanno riconosciuto e a tal proposito mi sono fatto aiutare da un capitolo dell’ultimo libro di Umberto Galimberti, l’ospite inquietante, dove descrive la forza d’animo con queste meravigliose parole: “Il sentimento non è languore, non è malcelata malinconia, non è struggimento dell’anima, non è sconsolato abbandono. Il sentimento è forza. Quella forza che riconosciamo al fondo di ogni decisione quando, dopo aver analizzato tutti i pro e i contro che le argomentazioni razionali dispiegano, si decide, perché in una scelta piuttosto che in un’altra ci si sente a casa. E guai a imboccare per convenienza o per debolezza, una scelta che non è la nostra, guai a essere stranieri nella propria vita.
La forza d’animo, che è poi la forza del sentimento, ci difende da questa estraneità, ci fa sentire a casa, presso di noi. Qui è la salute. Una sorta di coincidenza di noi con noi stessi, che ci evita tutti quegli “altrove” della vita che non ci appartengono e che spesso imbocchiamo perché altri, da cui pensiamo dipenda la nostra vita, semplicemente ce lo chiedono, e noi non sappiamo dire di no.
Il bisogno di essere accettati e il desiderio di essere amati ci fanno percorrere strade che il nostro sentimento ci fa avvertire come non nostre, e così l’animo si indebolisce e si ripiega su se stesso nell’inutile fatica di compiacere agli altri. Alla fine l’anima si ammala, perché la malattia, lo sappiamo tutti, è una metafora, la metafora della devianza del sentiero della nostra vita.
Bisogna educare i giovani a essere se stessi, assolutamente se stessi. Questa è la forza d’animo. Ma per essere se stessi occorre accogliere a braccia aperte la propria ombra. Che è ciò che rifiutiamo di noi. Quella parte oscura che, quando qualcuno la sfiora, ci fa sentire “punti nel vivo”. Perché l’ombra è viva e vuole essere accolta. Anche un quadro senza ombra non ci concede le sue figure. Accolta, l’ombra cede la sua forza. Cessa la guerra tra noi e noi stessi e perciò siamo in grado di dire: “Ebbene si sono anche questo”. Ed è la pace così raggiunta a darci la forza d’animo e la capacità di guardare in faccia il dolore senza illusorie vie di fuga”.
Alla fine della terza consulenza, Bruno mi è parso più sereno ma consapevole che la strada per la piena accettazione di se è appena iniziata. Mi ha ringraziato e nel salutarlo gli ho regalato un piccolo taccuino su cui scrivere i pensieri, belli e brutti, che in futuro farà.
Un modo questo per affrontare la disgrafia sul suo campo, dove lo scrivere diventa un piacere e non un dolore.

fabio di gennaro

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