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Il “rapporto con la propria coscienza” in Cartesio (A.Miceli)

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Messaggio Da Admin - AnnaGarofalo il Gio Feb 05, 2009 10:30 pm

Il “rapporto con la propria coscienza” nel progetto filosofico di Cartesio (A.Miceli)


1. Nel pensiero di Cartesio possono covare “gli equivoci dell’anima” ? [Galimberti e Berra]
2. Husserl e le meditazioni cartesiane
3. Filosofia e poesia: una premessa agli “Olympica” [ Rey e Ferraro]
4. Infanzia, sogno e inconscio poli della “comprensione della realtà” per una razionalità
cartesiana pensata come nuova [Bonicalzi ]
5. I tre sogni di Cartesio nel raffronto tra le posizioni di Baillet, quelle di Leroy e la
“pretesa” interpretazione freudiana
“Una est in rebus activa vi, amor, charitas, harmonia”, così Cartesio, in un frammento degli stessi anni in cui si andava delineando la “scienza mirabilis”, avvertita nella tensione degli Olympica ma anche nella V meditazione. Tale scoperta consisteva nella convinzione che esistano nella mente umana pochi principi dai quali è possibile ricavare tutte le scienze concatenate in modo da formare una scienza universale. Che cosa intendeva, tuttavia, Cartesio per “forza attiva” ? E’ una forza identificativa della “natura divina del pensiero” o potrebbe essere quella che preannuncia, come dice Husserl, un “nuovo cominciamento” nella ricerca della verità? Partendo proprio da se stessi. Egli dunque si ritira in luoghi di solitudine e di quiete per dedicarsi, quasi attraverso un colloquium esclusivo e intimo, con le profondità della propria anima. “Chiunque voglia seriamente diventare filosofo deve almeno una volta nella sua vita ritirarsi in se stesso”, ammonisce ancora Husserl. Il cammino della ricerca sembra essere annunciato in una lettera a Beeckman, del 1619, qualche mese prima dei “sogni” nella quale l’autore così scrive: …”desidero dare al pubblico non un Ars brevis di Lullo ma una scienza dai fondamenti nuovi che permetta di risolvere in generale tutte le questioni che si possono proporre senza tener conto della quantità…e ciascuna secondo la propria natura…ed io ho appreso non so quale luce nell’oscuro caos di questa scienza, e stimo, con il soccorso di questo lume, che le tenebre più spesse potranno essere dissipate”.
Sicché il 10 novembre del 1619 il giovane Cartesio, che per qualche anno si era ritirato in solitudine in una casa del sobborgo parigino di Saint Germain, annota – così ci riporta il Baillet [ A.Baillet, Vie de M.er Des-Cartes, 1691 ] - “cum plenus forem Entusiasmo et mirabilis scientiae fundamentum reperirem” e aggiunge che “coricatosi pieno del suo entusiasmo e tutto occupato dal pensiero di aver trovato proprio quel giorno i fondamenti della scienza meravigliosa, egli ebbe tre sogni consecutivi in una sola notte, che immaginò che non potessero venirgli che dall’alto”. Comincia così una delle opere più discusse ma appassionanti del grande filosofo: gli Olympica. E comincia anche una riflessione sull’anima, Cartesio concepisce l’anima come coscienza in quanto spirito conoscente, e dunque più che definirne le funzioni egli cerca il modo in cui proprio la coscienza conosce. E questo sembrerebbe essere il nuovo cominciamento: l’anima razionale, che conosce il mondo in un modo matematico, porterà l’uomo a diventare “padrone e dominatore della natura”, ma questo è solo uno dei “lati” delle funzioni dell’anima cartesiana perché la rivendicazione della libertà interiore viene mantenuta tale anche se è lo stesso autore che consegna il nostro corpo e la natura alle leggi della scienza. “Per questo bisogna stare attenti alla seduzione cartesiana che riporta a creare, attraverso la scienza dei fatti, degli uomini di fatto, che hanno perso la domanda sul senso della loro esistenza. Nel pensiero di Cartesio, covano gli equivoci dell’anima. Abbiamo preso a prestito il titolo del libro di Galimberti, che ha messo in luce con chiarezza questa deriva dell’umanità” [Garlaschelli].

Cartesio, in altri termini, avrebbe aperto la strada in quanto , come sostiene Rollo May , egli “pone il problema che la psicoterapia tenta oggi di risolvere, vale a dire la deplorevole separazione fra la mente e le funzioni corporee” [L’arte del counseling, pag.137], parallelamente a quanto affermava Heiddegger “non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca”, o all’itinerario indicato da Berra che, considerando la coscienza una delle “funzioni centrali della psiche”, così ne definisce i caratteri: “Coscienza quale consapevolezza di uno stato mentale, coscienza quale modalità percettiva del mondo, coscienza come stato o modo di intendere l’esistenza…Lo studio della coscienza rappresenta l’aspetto basilare per la comprensione del funzionamento psichico, verso cui tutte le altre funzioni confluiscono. La percezione rimane un fenomeno riflesso se non interviene la coscienza. La memoria, per poter essere utilizzata e compresa, deve essere consapevole, e perciò cosciente. Il pensiero, perché abbia valore, deve anch’esso entrare nel campo della coscienza” [ Berra, La voce della coscienza, pag 58].
Da questo punto di vista , anche se rovesciato rispetto all’argomentazione di Berra, non ci troviamo nella prospettiva cartesiana con un prius della coscienza rispetto al pensiero, tutt’altro. “Con il nome di pensiero (cogitationes) intendo tutte quelle cose che accadono in noi, essendone noi coscienti, in quanto vi è in noi coscienza di esse” [Principia philosophiae, I,9] e nella Meditazione sulla filosofia prima. Seconde risposte [VII, 160]”Con il nome di pensiero comprendo tutto quello che è in noi in modo tale che ne siamo immediatamente consapevoli. Così sono pensieri tutte le operazioni della volontà, dell’intelletto, dell’immaginazione e dei sensi. Ma ho aggiunto immediatamente per escludere le cose che derivano dai pensieri come il movimento volontario, che ha certamente per principio il pensiero, ma che tuttavia non è esso stesso pensiero”. Husserl nelle Meditazioni cartesiane riconosce a Cartesio il merito di aver rigenerato la filosofia. Il livello di riflessione filosofica, infatti, - egli sostiene soffermandosi soprattutto sulla V e ultima meditazione cartesiana - , viene raggiunto quando l’esperienza trascendentale (cogitationes –pensieri- + ego) è sottoposta a una critica radicale, al termine della quale la forma strutturale più universale della coscienza viene connotata dall’ ego-cogito-cogitatum . In questo aspetto particolare la coscienza realizzerebbe: la costituzione di tutti gli oggetti; il loro vero essere; l’autocostituzione dell’ego . “Il pensiero cartesiano è sempre coscienza attuale, ma non intrinsecamente determinato dalla riflessività: la coscienza non accade come consapevolezza, non si costituisce…in un secondo momento in cui il pensiero riflessivo si appropria di sé, non è inevitabilmente giocata nel tempo, non avviene come presa di coscienza…Proprio perché ridefinito come coscienza il pensiero non lascia spazio ad una gradualità del pensiero stesso se non in termini di un pensiero chiaro e distinto o oscuro e confuso. Se c’è qualcosa di inconscio ciò si costituisce piuttosto in quell’imprendibile punto di sutura tra anima e corpo che definisce l’umano, in quel limite del corpo nei confronti dell’anima dove il movimento del corpo si trasforma in qualità sensibili o emotive” [Bonicalzi, A tempo e luogo, pag. 194-195]. Ed è lo stesso Husserl che, in virtù di questa mediazione intuita e in certo qual modo anticipata da Cartesio, mette al centro della sua lettura-interpretazione l’esperienza dell’altro. L’esperienza dell’altro, infatti, non va presupposta ma posta dalla relazione “di un altro corpo quale corpo umano in forza della sua somiglianza con il mio corpo”. Gli altri si costituiscono in me in quanto altri, e come intersoggettività trascendentale noi costituiamo assieme il mondo oggettivo e ci concepiamo come persone nel mondo. (Levinas collabora con Husserl alla prima edizione parigina del 1931 delle Meditazioni cartesiane e ad essa si fa riferimento)
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