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"Lasciamo da parte quella melensa definizione della filosofia come amore della sapienza che porta lontano dal significato autentico della filosofia. Philos vuol dire aver dinanzi qualcosa di cui si ha cura come di se stessi". (Emanuele Severino, 21-09-2008 Festival di Filosofia a Modena)

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IL COACHING E LA FILOSOFIA ANTICA

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Messaggio Da Admin - AnnaGarofalo il Lun Ott 18, 2010 2:10 am

IL COACHING E LA FILOSOFIA ANTICA

di Luca Stanchieri

Presidente Associazione Italiana Coach Professionisti

Responsabile Didattico della Scuola Italiana Corporate e Life Coaching


Dal Medioevo, la filosofia è diventata un’attività meramente teorica e astratta. La spiritualità cristiana aveva integrato al suo interno gli esercizi che invece erano parte integrante, strutturale, costitutiva della filosofia antica. Da allora la filosofia è diventata un speculazione , riservata agli specialisti e disgiunta dai moti dell’animo degli studenti e degli esseri umani. La filosofia si è isolata dalla società, fino quasi a scomparire proprio quando ce n’era massimamente bisogno.

Ma nell’antichità, la filosofia rivestiva una funzione e avere caratteristiche del tutto differenti. Hadot e Foucault, in particolare, eminenti studiosi della disciplina, ci spingono a riconsiderare la nostra visione della filosofia antica come coach o semplici amanti della materia. Per molti di noi, che hanno preso contatto con pensatori come Aristotele, Epicuro, Platone, Socrate, sin dagli anni del liceo, la filosofia ellenistica ci è apparsa come una straordinaria prateria di idee da esplorare e conoscere, da assaporare per riflettere. Insiemi teoretici spesso distanti dal mondo d’oggi eppure affascinanti, saggi, profondi, ispiratori di percorsi di sviluppo personali o organizzativi. Spesso nei miei lavori sul coaching, sono tornato al debito infinito che abbiamo con questi pensatori straordinari. Penso per esempio alla concezione della felicità di Aristotele (l’eudaimonia), al fascino inquietante del dialogo socratico (la maieutica), all’ottimismo brillante di Epicuro (la ricerca dell’autorealizzazione), alla concezione dell’essere umano come parte di una totalità trascendente umana e cosmica, spirituale e fisica al tempo stesso. Nel fondare e condurre la Scuola Italiana di Life e Corporate Coaching, ho cercato, spesso invano, di imparare dalla straordinaria esperienza delle accademie elleniche, dove saggezza e amicizia, sapere e amore, individualità e universalità passeggiavano insieme nei giardini e dialogavano sotto gli ulivi. La visione che ci offre Hadot, uno dei più esimi e riconosciuti storici della filosofia antica, ci offre la possibilità di comprendere quanto il coaching, come allenamento delle potenzialità umane finalizzato a realizzare concretamente se stessi, non sia affatto una moda passeggera, come molte provenienti dall’America e destinata a dissolversi in breve tempo. Ma abbia le sue più antiche radici proprio nella filosofia antica, ed in particolare in quella greca e romana. Al contempo ci fa comprendere quanto oggi il coaching, in un dialogo socratico ed epicureo con altre discipline, possa valorizzare quel lascito straordinario, che si elaborava nelle accademie, nelle strade, nelle botteghe, nei giardini di Atene e di Roma.





CONCEZIONE DELLA FILOSOFIA ANTICA

Nell’epoca ellenistica e romana la filosofia si presenta come modo di vivere, come un’arte della vita, come una maniera di essere. Mentre la filosofia moderna si presenta come la costruzione di un linguaggio tecnico riservato agli specialisti (e quindi incomprensibile ai più), la filosofia antica è una forma di esistenza, che trova la propria ragione nel superarsi in comportamenti, azioni, relazioni concrete.

La filosofia antica è un modo di vita, non solo un discorso. E’ una pratica che riguarda chiunque voglia vivere una vita pensata e meditata, una vita messa alla prova, una vita che mira all’esemplarità. La teoria non è mai considerata fine a se stessa, è messa chiaramente al servizio della pratica. “Epicuro lo dice esplicitamente: lo scopo della scienza della natura è quello di procurare la serenità dell’anima.” (Hadot, 2005, p. 16) Occorre che la teoria diventi natura e vita. Ogni opera è legata al progresso spirituale dell’individuo; per i platonici, anche la matematica serve a esercitare l’anima a elevarsi dal sensibile all’intellegibile. Ciò che accomuna tutte le scuole è la preoccupazione del destino individuale e del suo progresso spirituale, l’esortazione alla meditazione (all’esercizio del pensiero intorno ai principi filosofici per esempio), l’affermazione di un’etica intransigente, il sentimento della grandezza e della serietà dell’esistenza.



FILOSOFIA DEI FILOSOFI

Il filosofo segue nella vita pratica la sua stessa filosofia. Già il Socrate dei dialoghi platonici è atipico, proprio per il fatto di essere filo-sofo, ossia amante della sapienza. I filosofi per incarnare e praticare i principi che professavano erano gente “strana”. Gli epicurei conducevano una vita frugale praticando, nella loro cerchia filosofica, un’uguaglianza totale fra gli uomini e le donne; strani erano gli stoici romani, che amministravano in maniera disinteressata le province dell’Impero a loro affidate ed erano gli unici a prendere sul serio le leggi emanate contro il lusso; erano strani in quanto, senza essere ispirati dalla religione, nella ricerca della saggezza, rompevano interamente con i costumi e le abitudini dei comuni mortali. Ogni scuola rappresentava una forma di vita, specificata da un ideale di saggezza, che in qualche modo cercava di superare le inquietudini dell’esistenza attraverso una ricerca, un pensiero e una pratica che innovassero culturalmente l’esistenza degli individui per renderli migliori e più felici.

Le opere filosofiche greche e romane sono legate all’oralità. La filosofia antica è anzitutto orale. Anche quando si viene colpiti da un libro, ci si precipita dal filosofo, per ascoltarlo, interrogarlo, discutere con lui e con altri, in una comunità che è sempre un luogo di discussione. La scrittura non è che un espediente per aiutare la memoria. La vera formazione è sempre orale poiché solo la parola permette il dialogo, ossia la possibilità per il discepolo di scoprire egli stesso la verità nello scambio delle domande e delle risposte e anche la possibilità di adattare l’insegnamento ai bisogni del discepolo. Numerosi filosofi non hanno voluto scrivere perché ritenevano che la parola viva scrivesse nelle anime ed fosse più reale e durevole dei caratteri tracciati sulla pergamena.



IL CONCETTO DI ESERCIZIO SPIRITUALE

“Fare il proprio volo ogni giorno! Almeno un momento che può essere breve, purchè sia intenso. Ogni giorno un esercizio spirituale, da solo o in compagnia di una persona che vuole parimenti migliorare.

Uscire dalla durata. Sforzarsi di spogliarsi delle proprie passioni, delle vanità, del desiderio di rumore intorno al proprio nome. Fuggire la maldicenza. Deporre la pietà e l’odio. Amare tutti gli uomini liberi. Eternarsi superandosi”. (G. Friedamann (1970), La puissance et la saggesse, Parigi).



Formare gli animi piuttosto che informarli è il fondamento su cui si basa l’idea degli esercizi spirituali. Gli esercizi sono proprio degli esercizi, cioè una pratica, un’attività, un lavoro su se stessi, “qualcosa che si potrebbe definire ascesa di sé” (Hadot, 2005, p. XII). Vengono definiti esercizi “spirituali” perché ogni esercizio include il pensiero, l’immaginazione, la sensibilità e la volontà, ovvero l’intero spirito umano. Corrispondono a una trasformazione della visione del mondo e a un auto superamento. “La parola “spirituale” permette, a nostro avviso, di far capire come tali esercizi siano opera non solo del pensiero, ma di tutto lo psichismo dell’individuo e, soprattutto rivela le vere dimensioni di questi esercizi: grazie ad essi, l’individuo si eleva alla vita dello spirito oggettivo, ossia si colloca nella prospettiva del tutto (eternarsi superandosi)” (Hadot, 2005, p. 30)

La pratica degli esercizi spirituali serve a rendere gli esseri umani migliori. E’ una “conversione” che sconvolge la vita intera. Fa passare l’individuo “da uno stato di vita inautentica, oscurata dall’incoscienza, rosa dalla cura, dalle preoccupazioni, allo stato di una vita autentica, dove l’uomo possa raggiungere la coscienza di sé, la visione esatta del mondo, la pace e la libertà interiori.” (Hadot, 2005, p. 32)

La filosofia antica è esercizio spirituale perché è un modo di vivere, una forma di vita. Gli esercizi riguardano sempre il nostro modo di essere nel mondo e generano un orientamento che esige una trasformazione, una metamorfosi del sé. L’esercizio spirituale è una pratica che è destinata a operare un cambiamento radicale dell’essere. Gli esercizi servono a assicurare il progresso spirituale verso lo stato ideale di saggezza e sono “analoghi all’allenamento dell’atleta” (Hadot, 2005, p. 15).



Proponiamo qui ad esempio alcuni degli esercizi che erano fondamentali per le scuole filosofiche antiche.



L’AMORE E IL GOVERNO DI SE’
“Se non vedi ancora la tua propria bellezza, fai come lo scultore di una statua che deve diventare bella: toglie questo, raschia quello, rende liscio un certo posto, ne pulisce un altro, fino a fare apparire il bel volto della statua. Allo stesso modo anche tu togli ciò che è superfluo, raddrizza ciò che è obliquo, purificando tutto ciò che è tenebroso per renderlo brillante e non cessare di scolpire la tua propria statua finchè non brilli in te la chiarezza divina della virtù… Se sei diventato questo, senza avere più qualcosa di estraneo che sia mescolato a te, … se ti vedi divenuto tale… guarda tenendo il tuo sguardo. Poiché solo un occhio siffatto può contemplare la Bellezza.” (Plotino, Enneadi). Per gli antichi la scultura è un’arte che leva e toglie, contrariamente alla pittura che aggiunge. La statua preesiste al blocco di marmo e basta togliere il superfluo per farla apparire.

Il governo di sé parte dalla ricerca della propria bellezza e diventa governo della propria attenzione a se stessi: vigilanza tesa nello stoicismo, rinuncia ai desideri superflui nell’epicureismo; implica uno sforzo di volontà, una fede nella libertà morale, nella possibilità di migliorare, una coscienza morale acuta, una capacità di controllare la collera, la curiosità, le proprie parole, il proprio amore della ricchezza. Ma il governo di sé implica anche la scelta dei principi, dei valori, delle virtù che lo governano e che lo trascendono. Principi, valori, virtù che rappresentano il Bene. Per amore della virtù, del bene e della verità, si può arrivare anche a rinunciare all’essere. Il principio del bene trascende l’essere e Socrate preferisce morire piuttosto che rinunciare alle esigenze della sua coscienza, alla sua concezione del bene. Preferisce la coscienza e il pensiero alla vita del suo stesso corpo. La volontà di vivere del corpo è subordinata alle esigenze superiori del pensiero. Non è benessere, perché il bene può trascendere persino l’essere.

Il governo di sé è la coltivazione del proprio pensiero (siamo lontanissimi dalla centralità e dalla spettacolarizzazione delle emozioni dei nostri reality show). Per Platone, il governo di sé si attua anche attraverso l’esercizio della contemplazione della morte. Per l’epicureo il pensiero della morte è coscienza della finitezza dell’esistenza; è la finitezza dell’esistenza che rende ogni istante di vita estremamente prezioso. Il pensiero della morte è affrontato tramite la vita. Così il momento presente viene vissuto come se fosse il primo e l’ultimo. Questo ha delle conseguenze. Per Platone il governo di sé, esercitato dal pensiero della morte e della vita, comporta che bisogna abituare l’anima a raddrizzare ciò che è caduto, a guarire ciò che è malato, e a eliminare i piagnistei con l’applicazione del rimedio. Il pensiero così può elevarsi a comprendere il tutto, l’universalità del divino e dell’umano. Per gli uomini siffatti, che trovano piacere nella virtù, tutta la vita è una festa.

Questi elementi sono il punto di partenza di ogni percorso di coaching, il cui presupposto è proprio l’esercizio del governo di sé da parte del cliente. Non ci si focalizza più sui lamenti, sulle critiche nei confronti degli altri, sulla natura e le cause dei problemi, ma si riprende in mano la possibilità dell’autogoverno e della propria autonomia: quali scelte posso fare che siano armoniche con la parte più autentica e migliore di me stesso? Sciogliere questo nodo è l’essenza stessa di un percorso di auto-determinazione personale.



LA MEDITAZIONE
La meditazione è soprattutto esercizio della ragione, del pensiero. Diversamente dalle meditazioni di tipo buddistico, la meditazione greco-romana è un esercizio del pensiero, dell’immaginazione e dell’intuizione. Le sue forme sono estremamente varie.

A seconda delle varie scuole di pensiero, abbiamo distinti esercizi di meditazione:

per tutte le scuole, la meditazione è in primo luogo studio, memorizzazione ed elaborazione delle regole di vita e della teoria (spesso sintetizzate in alcune massime fondamentali utili allo scopo); oggi diremo che è la meditazione, la riflessione, il pensiero intorno ai nostri valori personali, ai nostri principi guida e a come concretizzarli; per un coach, è lo studio sistematico del metodo di coaching, il suo approfondimento continua, la sua assunzione personalizzata e armonica con il proprio essere nel mondo; per un’impresa è la contemplazione dell’opera che genera, della visione futura, della missione, dell’etica che la ispira e che irradia nella società, dell’utilità, eccellenza e qualità di prodotti che generano felicità in chi li usa o li contempla; è la meditazione in solitudine del leader che pensa al suo gruppo e alla navigazione che dovrà condurre per raggiungere la meta desiderata;
La meditazione produce una visione del mondo e di sé nel mondo; quindi, fondamentale è la meditazione sul mondo fisico ispira l’immaginazione sulla genesi del mondo o sugli avvenimenti cosmici; è analoga all’apprezzamento della bellezza e della complessità della natura che un artista trasforma in opera d’arte; ma è anche la meditazione su sé come parte della Comunità Umana, del Tutto, è un universalizzarsi per rendersi ancora più unici; è la riflessione intorno ai propri contesti, alla cultura che li caratterizza, al proprio essere parte, evitando ogni adattamento conformistico;
è anche una meditazione sulla morte per avere un’attenzione concentrata sul momento presente per goderne e viverlo in piena coscienza; una meditazione che non tralascia mai lo scorrere del giorno come l’acqua di una doccia sul corpo; che ne vuole vivire e cogliere l’essenza vita, unico antidoto contro la paura della fine;
per Filone di Alessandria è fondamentale meditare sulle difficoltà della vita: la povertà, la sofferenza e la morte, che spesso non dipendono da noi; come esercizio preparatorio, come allenamento ad affrontarle;
per molti meditare è esaminare al mattino ciò che si deve fare nel corso della giornata e fissare in anticipo i principi che dirigeranno e ispireranno le azioni (“Al mattino, quando sei restio a svegliarti, abbi sottomano questo pensiero: è per operare come uomo che mi sveglio”). Alla sera si esaminerà nuovamente ciò che è successo durante il giorno, per rendersi conto delle colpe e dei progressi compiuti.
per gli epicurei la meditazione è esercizio di distensione dell’anima ( a differenza degli stoici che invece chiamano a una permanente vigilanza); anziché rappresentarci i mali in anticipo (come per Filone di Alessandria), dobbiamo staccare la nostra mente dalle visioni dolorose e rivivere il ricordo dei piaceri passati (“chi è dimentico dei piaceri passati, è già vecchio oggi”) e godere dei piaceri del presente, riconoscendo quanto siano grandi e piacevoli; è una scelta deliberata e sempre rinnovata della ricerca ella serenità, della distensione,, da cui scaturisce una gratitudine profonda verso la natura e la vita. E’ dunque la ricerca incessante delle proprie potenzialità personali, le uniche che generano quella gratificazione profonda tanta cara agli amici epicurei.






3. LEGGERE

Leggere, studiare e riflettere intorno ai testi è un esercizio spirituale fondamentale. Per i filosofi dell’antichità, che pure avevano nell’oralità il contesto più prezioso per imparare, la lettura va esercitata tutti i giorni, perlomeno un’ora al giorno. E nel farlo, dobbiamo raffinare l’arte del leggere. Leggere è un fondamentale esercizio di meditazione. Per essere efficace, occorre soffermarsi sui testi, sottolineare, prendere appunti, e ritornare su noi stessi, liberandoci delle nostre preoccupazioni contingenti, lasciando che i testi ci parlino. E’ un’attività di formazione e di trasformazione di sé stessi. Non è solo allenamento delle emozioni (benessere, malessere, gioia, piacere, felicità, nostalgia, malinconia), ma è soprattutto allenamento del pensiero focalizzato intorno a un tema; un pensiero emozionato, caldo, a cui partecipa l’insieme delle persona, un pensiero fatto di idee, emozioni, fantasia, immaginazione; un pensiero spirituale. Scrisse Goethe: “La gente non sa quanto tempo e quanto sforzo costi imparare a leggere. Mi ci sono occorsi ottant’anni e non sono neanche in grado di dire se ci sono riuscito”. E’ un esercizio soprattutto per i coach: storia, arte e soprattutto letteratura, filosofia aprono al coach mondi del pensiero emozionato che non potrebbero mai toccare in vita. E’ una straordinaria preparazione all’apertura mentale, alla conoscenza dell’inedito, dell’unico, del sorprendete, dell’inquietante.



CIO’ CHE DIPENDE DA NOI
Epitteto, stoico, classifica gli esercizi dal punto di vista di tre topiche che si riferiscono alle tre facoltà dell’anima:

la facoltà di pensare;
la facoltà di desiderare;
la facoltà di agire.
Sulla facoltà di desiderare, l’esercizio adatto è quello conforme allo scopo che ci proponiamo. Lo scopo è tener conto di ciò che desideriamo per ottenerlo e di ciò che avversiamo per evitarlo. L’esercizio è separare gli oggetti del desiderio che non dipendono da noi, da quelli che dipendono da noi e concentrarsi sempre sui secondi. Sulla facoltà di agire, Epitteto consiglia di cominciare con le piccole cose: come sforzarsi di agire sempre nel luogo e nel tempo voluti (non sembra il piano di azione di un coach?). Sulla facoltà del pensiero, si invita sempre a controllare il valore delle proprie rappresentazioni. Si riscontra in Epitteto, l’elaborazione della funzione omega del coaching, ovvero quello stato desiderato, quell’impegno verso l’obiettivo, quell’elaborazione di una meta di possibile e concreta per l’autorealizzazione.

Per Epicuro l’infelicità degli esseri umani deriva dal fatto che temono cose che non devono essere temute e desiderano cose che non è necessario desiderare. Sono dunque privati di quello che è l’unico piacere autentico, il piacere di essere. Bisogna pensare ai propri desideri e distinguere: desideri naturali e necessari; desideri naturali e non necessari; desideri nè naturali né necessari. La rinuncia agli ultimi e forse anche ai secondo, la piena attenzione sui primi sarà sufficiente ad assicurare l’assenza di turbamento e affermare la soddisfazione di esistere.

La felicità consiste nell’indipendenza, nella libertà, nell’autonomia, vale a dire nel ritorno a ciò che è veramente noi stessi e a ciò che dipende da noi. L’Io così liberato non è più la nostra individualità egoista e passionale, è la nostra persona morale, aperta all’università e all’oggettività, partecipe della natura o del pensiero universali. E’ la strada che per il coaching significa allenarsi all’autogoverno della propria vita, essere proattivi e protagonisti della propria esistenza, separare ciò che è un’opportunità perché dipende da noi, da ciò che è una possibilità perché dipende anche dalla reazione del contesto. E’ la base del nostro goal setting, dell’autoefficacia, dell’autorealizzazione.



L’ATTENZIONE
Filone di Alessandria (Filone di Alessandria (1981), L’erede delle cose divine, Rusconi) dice che l’allenamento dell’attenzione è l’atteggiamento fondamentale del filosofo stoico. La sua presenza di spirito è continua, la sua coscienza di sé è sempre desta, sa e vuole pienamente ciò che fa in ogni istante. Grazie a questa presenza di spirito la distinzione fra ciò che dipende da noi (opportunità) e ciò che non dipende da noi (possibilità) è sempre sottomano. Il filosofo è libero dalle passioni del passato. L’immaginazione e l’affettività devono essere associate all’esercizio del pensiero.

L’attenzione a ciò che dipende da noi accumuna lo stoico all’epicureo. Ma per l’epicureo, è fondamentale che l’attenzione sia liberata dalla preoccupazione del futuro, quando questa ci lacera, e ci nasconde il valore incomparabile del semplice fatto di esistere.

Filosofare è un atto continuo, un atto permanente, che si identifica con la vita, un atto che occorre rinnovare ad ogni istante. Nell’epicureismo, l’attenzione è orientata verso il piacere, che infine è il piacere di essere.

Il coaching è l’allenamento dell’attenzione per eccellenza. Quella focalizzazione sull’obiettivo prescelto come sfidante che mobilità le nostre migliori risorse, senza distrazioni auto-osservanti, intrise di narcisismo negativo.



LA CURA DELL’AMICIZIA
L’amicizia, soprattutto per gli epicurei, ha anch’essa i suoi esercizi spirituali che si compiono in un’atmosfera lieta e distesa: la confessione pubblica delle proprie colpe, la correzione fraterna, legate all’esame di coscienza, ma soprattutto l’impegno di ognuno a creare un’atmosfera di amicizia, dove l’affetto reciproco, la fiducia, la condivisione contribuivano più di ogni altra cosa alla felicità individuale e collettiva.

Oggi la cura dell’amicizia, come forma di amore e di dialogo, di condivisione e di relazione, non solo diventa parte integrante di un percorso di coaching teso alla realizzazione della persona nella relazionalità affettiva, ma un principio ispiratore dentro qualunque organizzazione che voglia essere di successo. L’amicizia come collaborazione, condivisione, tensione all’affetto, all’ascolto, allo scambio, alla solidarietà comune, è un principio di benessere ed efficienza, dalle organizzazioni alla società, dalla creatività alla convivenza civile.



IL DIALOGO E LA SCRITTURA
Tutte le forme di meditazione e gli esercizi successivi si fondano sul dialogo con se stessi e con gli altri. Il principale esponente della forza riflessiva che può avere il dialogo è Socrate. Il dialogo socratico è un esercizio spirituale praticato in comune che invita all’esercizio spirituale interiore , ossia all’esame di coscienza, all’attenzione a sé, al famoso “conosci te stesso”. Esiste in Socrate un’intima connessione fra il dialogo con gli altri e il dialogo con sé. Solo colui che è capace di un vero incontro con gli altri è capace di un autentico incontro con se stesso, e l’inverso è ugualmente vero. Il dialogo non è davvero dialogo se non in presenza di altri e di sé. Un dialogo è un itinerario del pensiero la cui via è tracciata dall’accordo, costantemente mantenuto fra una persona che domanda e una persona che risponde. E’ come una lotta, amichevole ma reale. Far cambiare a se stessi il punto di vista, l’atteggiamento, la convinzione, arricchirle, evolverle, superarle, significa dialogare con se stessi in modo autentico. Ma questo dialogo è anche una lotta contro se stessi. “Ogni elevazione è conquistata” (Hadot, 2005, 47). Il dialogo è una salita verso la virtù, il bene e la verità. Il dialogo parte sempre assumendo altri punti di partenza e sullo stesso tema può giungere a risposte molto differenti a seconda del punto di partenza adottato. E’ l’esercizio dialettico.

Il rapporto di sé con sé costituisce il fondamento di ogni esercizio spirituale, perché il rapporto con se stessi è sempre trascendente. “Non ricondurre il tuo pensiero a te stesso, ma lascia che la tua mente prenda il volo nell’aria, come uno scarabeo che un filo trattiene per una zampa” (Aristofane). Conoscere sé stesso significa

conoscersi come un non sapiente che cerca la saggezza,
conoscersi nel proprio essere essenziale, ossia separare ciò che non è noi, da ciò che è noi stessi;
conoscersi nel proprio stato morale autentico, vale a dire esaminare la propria coscienza.
Una variante del dialogo è la scrittura. Ma anche nella scrittura entra in qualche modo l’altro con cui dialogare. Le annotazioni sulle azioni, i moti dell’anima, i pensieri, vanno elaborate come se li dovesse fare conoscere agli altri. La scrittura deve essere l’occhio altrui che ci guarda dentro. Chi scrive si sente osservato, non è più solo, ma è parte della comunità umana silenziosamente presente.

Il coaching trova nel dialogo la sua vera essenza, poiché incentra le meraviglie del proprio metodo nella relazione umana.



IL BENE COMUNE
La filosofia antica presuppone uno sforzo comune, una comunità di ricerca, di aiuto reciproco, di sostegno spirituale. Ma soprattutto i filosofi, e persino gli epicurei, non hanno mai rinunciato ad agire sulle città, a trasformare le società, a rendere servizio ai loro concittadini, che spesso hanno tributato loro elogi. Le concezioni politiche potevano essere diverse a seconda delle scuole, ma la preoccupazione di esercitare un’influenza nella città o nello Stato, sul re o sull’imperatore, è sempre rimasta costante. Soprattutto nello stoicismo, figura al primo posto l’esercitarsi sempre al servizio della comunità umana e all’agire secondo principi di giustizia. La vita filosofica comporta un impegno comunitario che è esercitato mantenendosi sempre sul piano della ragione e del pensiero senza lasciarsi accecare da ire, rancori e pregiudizi. C’è un equilibrio quasi irrealizzabile fra la pace interiore che procura la saggezza da un lato e dall’altro le emozioni che suscitano la vista delle ingiustizie, delle sofferenze e delle miserie di cui sono capaci gli uomini. Ma la saggezza consiste proprio nel raggiungere un equilibrio che permetta di agire con efficacia per il perseguimento del bene comune. Lo stoico, non trova la propria gioia nel suo “io”, ma nella parte migliore di sé, nel coltivare una coscienza rivolta verso il bene. Per un filosofo è fondamentale il suo senso di appartenenza alla Totalità della comunità umana. Anche l’epicureo non ha paura di ammettere di aver bisogno di altro, oltre a se stesso, che va dai piaceri dell’amore ad una teoria dell’universo.



CONCLUSIONI: ESSERE COACH

Tutti gli esercizi spirituali hanno lo stesso fine, indipendentemente dalla scuola filosofica che li elabora: la realizzazione di sé tramite il proprio miglioramento. Tutte le scuole concordano sul fatto che l’uomo può liberarsi della sua inquietudine e formarsi per raggiungere uno stato di perfezione. Tutte le scuole credono nella libertà della volontà, grazie a cui l’uomo ha la possibilità di migliorare se stesso, di modificarsi e di realizzarsi. “Alla base di questo c’è un parallelismo tra esercizio fisico ed esercizio spirituale: come, con esercizi fisici ripetuti, l’atleta dà al suo corpo una forma e una forza nuove, così, con gli esercizi spirituali, il filosofo sviluppa la sua forza d’animo, trasforma la sua atmosfera interiore, cambia la sua visione del mondo e infine l’intero suo essere. L’analogia poteva parere tanto più evidente in quanto proprio nel gimnasion, ossia nel luogo dove si praticavano gli esercizi fisici, si tenevano anche le lezioni di filosofia, ossia si praticava l’allenamento alla ginnastica spirituale.” (Hadot, 2005, p. 60)

Allenandosi ed esercitandosi, ogni scuola filosofica impegnava i discepoli a condurre un nuovo tipo di vita. La pratica degli esercizi spirituali implicava un rovesciamento totale dei valori riconosciuti come tradizionali; si rinunciava ai falsi valori per rivolgersi verso i veri valori: la virtù, il pensiero, la vita semplice, la felicità di esistere. La vera filosofia è esercizio spirituale e il maestro forma i discepoli e si sforza di portarli a trasformare e realizzare se stessi. E’ un metodo inteso a formare una nuova maniera di vivere e di vedere il mondo, una trasformazione di sé stessi, concreta, reale, praticata. Gli esercizi non hanno solo un valore morale, non sono un codice di buona condotta, ma impegnando tutto lo spirito umano, generano una maniera di essere e agire. Socrate dice di avere lo stesso mestiere di sua madre. Era levatrice e assisteva alle nascite dei corpi. Socrate è l’ostetrico degli spiriti: li assiste alla loro nascita. Egli non genera nulla, poiché non sa nulla, aiuta gli altri a generare se stessi. Questa maieutica rovescia i rapporti fra maestro e discepolo. E questo per riprendere Kirkegaard, è ciò che fa un coach.

Essere un coach non significa dire “è così”. Non significa neanche impartire lezioni. Essere un coach significa essere un discepolo in primo luogo. E come un discepolo, il coach deve allenare se stesso, tutti i giorni. A partire dalla cura delle sue autentiche potenzialità e vocazioni, il coach deve trattare la sua mente come un tempio, frequentando ogni aspetto della cultura umana, ricercando saggezza e umanità. Studiare, leggere, scrivere tutti i giorni intorno ai grandi temi che riguardano il suo campo di intervento (adolescenza, imprese, mondo, società, politica, leadership) è una tipica attività di allenamento del pensiero creativo e costruttivo, lo stesso che metterà a disposizione delle persone con cui lavora. Un bravo coach ha un progetto e un piano di studio, di ricerca e di riflessione; evita di essere ammaliato da modelli che diventano di eccellenza solo perché hanno potere e successo (anche Hitler ha avuto i suoi anni di gloria e Walt Disney era una specie di dittatore nella sua impresa), sa frequentare e individuare il lato oscuro della natura umana, non gira lo sguardo per non vedere la barbarie di cui l’essere umano è capace, ma sa anche ricerca nella società, nella cultura, nella scienza e nella storia, modelli di eccellenza umana in termini di virtù (connotandoli secondo parametri di saggezza, coraggio, temperanza, umanità, trascendenza e giustizia e non secondo metri di successo e potere) come i filosofi che in queste pagine abbiamo incontrato. Ha presente i propri valori, non come se fossero una lista della spesa, ma dei principi e al tempo stesso delle grandi incognite che approfondisce e verifica, arricchisce e aggiorna continuamente e che sono armonici con i tratti della sua personalità. Coltiva l’amicizia in tutte le sue forme, senza strumentalismi, trattando gli amici come fini e non come mezzi. La tensione all’amicizia lo ispira con i colleghi, con i clienti, con le persone con cui lavora, perché per un coach lavorare altro non è che un’autentica e appassionata espressione della propria opera umana. Un coach si sente parte di una comunità potenziale che lo supera e lo trascende e che è l’umanità e coltiva il suo essere cittadino del mondo. Ma soprattutto un coach si allena ad analizzare ogni evento, contesto, persona, situazione, con il pensiero emozionato e con le emozioni pensate. Da un lato ne valuta le caratteristiche oggettive e soggettive costitutive, le parti culturali e materiali che lo compongono, il suo stato e la sua dinamica (analizza i principali paradigmi culturali con cui vivono le persone, la cultura che denota la singola impresa, le regole implicite e esplicite con cui si costruiscono le relazioni); a tal fine si avvale del suo pensiero critico, della sua lungimiranza, della sua curiosità, del suo amore per l’apprendimento, mettendoli al servizio della comprensione razionale delle proprie emozioni, ma dall’altra ricerca sempre le leve di sviluppo, di miglioramento, di superamento che possano permettere ai soggetti di migliorare la propria esistenza in termini di autorealizzazione e di felicità possibile. Come formatore di altri coach ricerca coerenza: un bravo formatore di coach deve essere e incarnare il massimo della competenza nell’assunzione del metodo, essere in grado di trasferirlo agli altri, ma soprattutto essere un ottimo costruttore e architetto della propria professionalità. Un coach può formare altri coach solo se ha dimostrato di realizzarsi nella costruzione concreta della propria professionalità, avendo un patrimonio di clienti in continua crescita.

Il coach in breve, come il filosofo antico, cerca un’armonia fra la sua persona, il suo essere e la sua opera. E anche il coach a volte è strano. Essendo un professionista della frequentazione dell’umano, e seguendo la massima secondo la quale “niente di umano mi è estraneo”, vive nella gioia e nell’inquietudine; nella soddisfazione della sua opera e nell’impotenza rabbiosa di non poter fare di più per migliorare il mondo; nella gratificazione profonda delle sue relazioni e nella sofferenza degli errori che commette anche con i suoi cari; nella forza della sua teoria e delle sue convinzioni e nella fragilità del suo essere semplicemente umano; nella gratificazione profonda di essere al servizio della felicità altrui e nel dolore insito nella condizione umana; nella passione con cui spende le sue energie e nella stanchezza epica che a volte lo sovrasta. In questo instabile ma dinamico equilibrio, il coach cerca di migliorarsi, di superarsi, di contribuire, come può, allo sviluppo di comunità umane in cui la convivenza, l’amicizia, la collaborazione prevalgano sugli egoismi, le truffe, le violenze. A volte lo fa con successo, a volte fracassa in evidenti fallimenti, ma sempre cerca di imparare dagli uni come dagli altri, come un bravo discepolo imparava dagli straordinari maestri greci e romani.


Bibliografia essenziale

Faucoult M. (1988), Tecnologie del sé, Bollati Borghieri.

Hadot P. (2005), Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi.

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