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Le scimmie e la filosofia

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Messaggio Da Admin - AnnaGarofalo il Ven Set 30, 2011 1:51 am

Quanti film sono entrati nella storia, quanti hanno aperto una strada scioccando, mostrando qualcosa di nuovo nei contenuti o nel linguaggio? Sempre meno. Si possono registrare novità forse a ogni decennio e mai clamorose realmente. Se il L’alba del pianeta delle scimmie si metterà in quel solco vorrà dire che la povertà di idee continua. Novità tuttavia ce ne sono, ma troppo poche per chi ama la filosofia e il cinema. Vediamole insieme.



Partiamo dai temi marginali per concludere con i quelli che ci interessano maggiormente.

L’ecologismo e Il tema di Spielberg. Non si può dire sia inedito. L’uomo con la sua arroganza che gioca a fare Dio, sappiamo che prima o poi, specificamente prima che la pellicola finisca, pagherà le conseguenze del suo ottimismo illuministico. Un tema che ormai annoia, non solo perché questo positivismo si è infranto sugli inversamente proporzionali regressi del mondo etico rispetto a quello scientifico, nondimeno tragicamente (più che tale, se possibile) soprattutto a partire dal secolo scorso.

Il tema della magnanimità dal punto di vista etologico e antropologico. Un tema relativamente più recente è il rovesciamento del rapporto tra buoni e cattivi. Anche se ritrovato più attuale, possiamo contare ormai molte pellicole su questo solco soprattutto rispetto agli americani/umani nel rapporto con etnie/creature altre. L’artificio linguistico usato anche in questa pellicola, come in altre, è rispetto al minor grado di crudeltà (specie totalmente gratuita) che culmina ad altri gradi di magnanimità e carità specie di fronte ai nemici. Non che le scimmie ribelli siano da considerarsi angioletti, ma sicuramente fanno una figura migliore, più umana, potremo dire giocando, rispetto agli uomini stessi. Le scimmie sono vendicative, ma nel computo della violenza vincono ai punti, ma solo perché gli uomini vengono dipinti come più eccessivi in genere e soprattutto rispetto alla violenza. Al minor grado di crudeltà si unisce dunque a un grado di vendetta che costituisce un ulteriore artificio che strizza l’occhio al cine-spettatore per immedesimarsi maggiormente con le creature che egemonizzano lo schermo per tutto lo spettacolo. Tutto bene, anzi male, perché appunto già visto, appunto. Ma il punto è che segnando un maggior grado di magnanimità si riconosce un grado di evoluzione maggiore nelle bestiole dal punto di vista etologico e antropologico.
La carità non a caso infatti è un acquisizione recente della storia della natura in genere e dell’uomo in particolare. Se la natura non riconosce valori etici, ma solo le sue leggi interne perché non è anti-etica, ma a-etica, lo troviamo confermato rispetto alla storia dell’umanità. Quanto tempo dopo alla comparsa dell’uomo sulla terra sono comparsi i valori etici opposti a quelli della natura! A partire da Platone, con la vera e propria nascita della filosofia, e con Gesù. Significantemente anche con l’omonimo del protagonista della pellicola, Caesar, da Giulio Cesare. Il celebre leader, “come” la scimmia raccoglie proseliti tramite la costituzione di legami di gratitudine, e conseguentemente di amicizia, e non di potenziali vendicatori. Ovviamente il famoso condottiero, molto noto e amato dal mondo anglosassone a partire dalla celebre opera di Shakespeare in poi, e per i grandi significati molto made Usa della costruzione dell’impero e della leadership, molto vicini all’ideale del sogno americano; aveva motivazioni di strategia politica più che squisitamente etiche. Ma rimane l’assunto che trattasi di ritrovato recente nella storia dell’umanità, non fosse altro per lo stupore che indusse la generosità di Cesare verso i nemici tra i suoi contemporanei e perfino ancora oggi…
Per riassumere, l’artificio della magnanimità è un falso etologico e antropologico. Ma chi paga il biglietto (ormai salato) in cerca la verità al cinema?


Concludiamo con le battute più importanti e i temi di riflessione che più interessano chi visita Caffè filosofico.

CHI SONO IO?
Filogeneticamente e ontogeneticamente da quando l’uomo si pone questa domanda dal punto di vista antropologico e psicologico diventa uomo. Diversamente la domanda non ha ragione di essere. È la domanda filosofica per eccellenza, ma ci porta a dire che l’uomo è tale quando si pone la prima domanda filosofica e non è più creatura tra le creature o, da un altro punto di vista, non più infante? Vogliamo dare tutta questa importanza alla filosofia? Non è una risposta scevra di conseguenze e leggendo il nostro contesto di ogni giorno potrebbe risultare perfino paradossale.
SONO TUO PADRE. (ATTENZIONE CONTIENE INFORMAZIONI SUL FINALE)
Concludiamo con il tema spirituale-religioso. Se immaginiamo il “padrone” e la sua scimmia come Dio e l’uomo, tutto il film acquista un sapore diverso. Non a caso, quando la scimmia pone a se stessa e al “padrone” le prime domande filosofiche, il “padrone” risponde qualificandosi come “padre” della sua creatura. Questo filo spirituale lo ritroviamo anche in seguito fino alla conclusione della pellicola.
La pace tra le due creature dura fin quando è perdurato il rapporto filiale. La frattura avviene quando la creatura usa autonomamente le facoltà che lo stesso “padrone” ha infuso e crea per forza di cose i presupposti per un diverso rapporto. Quasi una esemplificazione di Eden e Cacciata e Redenzione.
La scena finale. La scimmia è in alto rispetto al “padrone”, il suo sguardo è tornato quello di quando era cucciolo, di tenerezza verso il “padre”, ma non può prendere davvero la scalata della sua sequoia se non ha, ancora una volta, come quando era cucciolo, il permesso del padrone.
Il “padrone” ha infuso le facoltà che hanno reso unico tra le creature la scimmia, quindi la bestiola riconosce la potestà del “padre”, nonostante abbia umiliato e sbaragliato gli esponenti della specie del padre. Per questo motivo sortisce quasi il riso la battuta di quest’ultimo che si offre di portarlo a casa e proteggerlo. Se portiamo fino in fondo la metafora di Dio e l’uomo, sembrerebbe l’affermazione di un uomo che non ha più bisogno di Dio. L’impressione è rafforzata dalle scene immediatamente conclusive.
Il padre riconosce la nuova autonomia della creatura (ma non aveva alternative), nonostante i danni che abbia procurato questa sua conquistata libertà, e la creatura ancora continua a chiedere il beneplacito per scalare la sua sequoia come la prima volta. Ma la scimmia-uomo sembra già quasi superiore al suo creatore (nella prossemica, come nello sfoggio di forza in quasi tutte le scene del film fino all’apice della conclusione) e il nullaosta sembra quasi una benevolenza dettata da un surplus, ancora una volta, di magnanimità, più che un reale bisogno.
E al “padrone” non resta che guardare dal basso la sua creatura che è ormai completamente indipendente, scala la vetta del mondo e lo scruta tutto disteso ai suoi piedi.
Inizia da quel giorno l’impero di Caesar anche rispetto agli uomini e la saga del Pianeta delle scimmie.

Nella foto Caesar nella sua prima evasione conquista, non ancora la vetta della sequoia, ma del ricovero per animali-carcere.
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