Caffè Filosofico
"Lasciamo da parte quella melensa definizione della filosofia come amore della sapienza che porta lontano dal significato autentico della filosofia. Philos vuol dire aver dinanzi qualcosa di cui si ha cura come di se stessi". (Emanuele Severino, 21-09-2008 Festival di Filosofia a Modena)

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Messaggio Da Admin - AnnaGarofalo il Dom Mar 23, 2008 6:12 am

Raccogliamo qui una ricca serie di battute divertenti sui e dei filosofi.


Cominciamo da Talete, considerato il primo dei filosofi e uno dei Sette Savi. Su lui ci sono molti aneddoti ed io ne cito solo alcuni: "... altri dicono che non era sposato e che aveva adottato il figlio di una sorella. Avendogli qualcuno domandato perché non volesse aver figli, rispose: 'Per l'amore che porto loro'. E narrano che alla madre che voleva costringerlo a sposarsi rispondesse:'Non è ancora tempo'. E una volta in età avanzata, alle sue insistenze, replicasse:'Ormai non è più tempo'. " (cfr. Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, I,26) "...diceva che tra la morte e la vita non v'è alcuna differenza; qualcuno gli replicò: 'E tu perché non muori, allora?'. E Talete:'Proprio perché non c'è nessuna differenza' " (cfr. Diogene Laerzio,Op. cit., I,35). "A chi chiedeva che cosa fosse nato prima, la notte o il giorno, rispondeva: 'la notte, un giorno prima' " (cfr. Diogene Laerzio, ibidem, I,36).

Passiamo poi a Pitagora , fondatore, secondo Diogene Laerzio, della filosofia italica. "Raccontano che una volta, passando, avesse avuto compassione di un cagnolino che veniva maltrattato ed avesse detto queste parole:'Smetti di batterlo, perché è l'anima di un amico che ho riconosciuto alla voce' " (cfr. Diogene Laerzio, VIII,36). "un altro episodio della vita di Pitagora narra Ermippo. Racconta, infatti, che, giunto in Italia, si sia costruita un'abitazione sotterranea ed abbia dato incarico alla madre di prendere nota degli avvenimenti, su una tavoletta, con l'indicazione cronologica, e di mandargliela giù fino a quando non fosse tornato sulla terra: e che questo appunto abbia fatto la madre. Dopo un certo tempo, Pitagora ritornò alla luce, scarno e ridotto ad uno scheletro; entrato nella pubblica assemblea dichiarò di essere giunto dall'Ade e fra l'altro lesse loro quanto era accaduto. Essi turbati da quel che diceva piangevano e davano in lamenti e credevano che Pitagora fosse una divinità..." (cfr. D. L. VIII, 41).

Di Senofane di Colofone, è tramandato da Plutarco che "Senofane rispose ad uno che gli aveva raccontato di aver visto delle anguille vivere nell'acqua calda.'Vuol dire che allora le cuoceremo nell'acqua fredda? " (cfr. I Presocratici. Testimonianze e frammenti, a cura di A. Pasquinelli, Torino, Einaudi, 1976, p. 125, DK 17).

Su Eraclito ci è tramandata, tra le altre, questa battuta : "Si narra che, quando gli fu chiesto perché tacesse, rispose: 'Perché voi possiate chiacchierare'"(cfr. D.L., IX, 12).

Su Socrate , maestro di ironia e di sapienza, gli aneddoti si sprecano: "una volta, sopportando i calci che aveva ricevuti da un tale, a chi si meravigliava del suo atteggiamento paziente, rispose: 'Se mi avesse preso a calci un asino, l'avrei forse condotto in giudizio?'. (cfr. D.L., II, 21). "Interrogato se bisognasse sposarsi o no, rispose:'In entrambi i casi, ti pentirai'(cfr. D.L:, II, 33). E' rimasto proverbiale il suo rapporto con la moglie Santippe: "Alla moglie che gli disse:'Tu muori innocente', ribattè:'E tu volevi che io morissi colpevole?' " (cfr. D.L., II, 35). "Una volta Santippe prima l'ingiuriò, poi gli versò addosso l'acqua; egli commentò:'Non dicevo che il tuono di Santippe sarebbe finito in pioggia?' "... Ad Alcibiade che gli diceva che il minaccioso brontolio di Santippe era insopportabile, replicò:'Ma io mi ci sono abituato, come se udissi il rumore incessante di un argano. E tu - soggiunse - non sopporti lo starnazzare delle oche?'. E poiché Alcibiade obiettò:'Ma esse mi producono uova e paperi', Socrate replicò:'Ma anche a me Santippe genera i figli'" (cfr. D.L., II, 36-37).

Riguardo a Platone, "dice Eraclide che in età giovanile era così pudico e composto che non fu mai visto ridere smoderatamente. Pur essendo tale, anche Platone fu tuttavia schernito dai comici" (cfr. D.L., III, 26). "Si narra che Platone abbia visto un tale che giocava a dadi e l'abbia rimproverato: costui oppose che la posta era piccola. Platone di rimando: 'Ma l'abitudine non è cosa piccola'. ...Si dice anche che ad uno dei suoi servi disse:'Ti avrei sferzato, se non fossi adirato " (cfr. D.L. III, 39). Su Aristotele Diogene Laerzio scrive quanto segue: "Gli fu domandato quale vantaggio ricevano i mentitori ed Aristotele rispose: 'Quello di non essere creduti, quando dicono la verità'. ...Interrogato su che cosa invecchi presto, rispondeva:'La gratitudine'. Gli fu chiesto che cosa sia la speranza e la sua risposta fu:'Sogno di un uomo sveglio'. ...A chi gli chiese perché conversiamo molto tempo con le persone belle, rispose: 'E' la domanda di un cieco'. ...Ad un cicalone che gli aveva versato addosso un fiume di parole e che gli chiedeva se le sue ciance lo avessero offeso, rispose: 'Niente affatto, per Zeus! Mentre parlavi, ad altro badavo'. (cfr. D.L., V, 17-21).

Riguardo Epicuro , Diogene Laerzio scrive che aveva un carattere d'oro: era buono, moltissimi gli erano amici, mostrava gratitudine verso i suoi genitori ed era generoso verso i fratelli, mite nei confronti dei servi, devoto verso gli dèi e pieno di amor di patria (cfr. D.L:, X, 9-10). In punto di morte, scrisse ancora una lettera a Idomeneo dicendo:"In questo giorno beato, che è anche l'ultimo della mia vita, vi scrivo queste righe. I dolori derivanti dalla stranguria e dalla dissenteria non mi hanno lasciato mai né hanno mai sminuito la loro intensa violenza. Ma a tutti questi mali resiste la mia anima, lieta nella memoria dei nostri colloqui del passato. ..." (cfr. D.L. X, 22). Se questo non è prendere la vita con umorismo...

Vi è poi molto da dire su Diogene di Sinope, filosofo del "proletariato greco", la cui filosofie consiste essenzialmente in battute caustiche e mordaci: " una volta vide un topo correre qua e là , senza mèta (non cercava un luogo per dormire nè aveva paura delle tenebre nè desiderava alcunché di ciò che si ritiene desiderabile) e così escogitò il rimedio alle sue difficoltà . Secondo alcuni, fu il primo a raddoppiare il mantello per la necessità anche di dormirci dentro , e portava una bisaccia in cui raccoglieva le cibarie ; si serviva indifferentemente di ogni luogo per ogni uso , per far colazione o per dormirci o per conversare. E soleva dire che anche gli Ateniesi gli avevano procurato dove potesse dimorare : indicava il portico di Zeus e la Sala delle processioni. In un primo tempo si appoggiava al bastone solo quando era ammalato , ma successivamente lo portava sempre, non tuttavia in città, ma quando camminava lungo la strada , insieme con la bisaccia ( ... ). Una volta aveva ordinato ad un tale di provvedergli una casetta; poichè quello indugiava , egli si scelse come abitazione una botte , come attesta egli stesso nelle Epistole. E d'estate si rotolava sulla sabbia ardente , d'inverno abbracciava le statue coperte di neve , volendo in ogni modo temprarsi alle difficoltà ( ... ). Una volta vide un fanciullo che beveva nel cavo delle mani e gettò via dalla bisaccia la ciotola , dicendo: "Un fanciullo mi ha dato lezione di semplicità" . buttò via anche il catino , avendo pure visto un fanciullo che , rotto il piatto , pose le lenticchie nella parte cava di un pezzo di pane . Ecco come ragionava : "Tutto appartiene agli dei ; i sapienti sono amici degli dei ; i beni degli amici sono comuni. Perciò i sapienti posseggono ogni cosa" . Una volta vide una donna che supplicava gli dei in atteggiamento piuttosto sconveniente e le disse: "Non pensi , o donna , che il dio può stare dietro di te , poichè tutto é pieno della sua presenza , e che tu debba vergognarti di pregarlo scompostamente ? " ( ... ). In ogni modo egli era senza città , senza tetto , bandito dalla patria , mendico , errante , alla ricerca quotidiana di un tozzo di pane . Era solito dire di opporre alla fortuna il coraggio , alla convenzione la natura , alla passione la ragione . Mentre una volta prendeva il sole , Alessandro Magno sopraggiunto e fattogli ombra disse : "Chiedimi quel che vuoi" . E Diogene , di rimando : "Lasciami il mio sole " . Così rispose ad un tale che sosteneva che non esistesse il movimento : si alzò e si mise a camminare. Il sovrano Alessandro , per farsi gioco di lui che veniva chiamato il cinico per le sue maniere "cagnesche" , gli mandò un vassoio pieno di ossi e lui lo accettò e gli mandò a dire : "Degno di un cane il cibo, ma non degno di re il regalo" . Sempre su Diogene, scrive Seneca: A Diogene scappò via l'unico schiavo ed egli non ritenne cosa così importante riportarlo indietro, mentre gli veniva indicato: "è vergognoso" disse "che Mane possa vivere senza Diogene, e Diogene non possa vivere senza Mane!". Mi sembra che abbia detto: "Occupati dei tuoi affari, o fortuna, ormai da parte di Diogene non c'è più nulla di tuo: mi è scappato lo schiavo, anzi me ne sono andato io, libero".

Descartes ovvero Cartesio inizia il suo famoso Discorso sul metodo con una affermazione che, a ben vedere, è alquanto spiritosa: "Il buon senso è la cosa nel mondo meglio ripartita: ciascuno, infatti, pensa di esserne ben provvisto..." (I,1). Non è forse un modo sarcastico di dire che tutti ci crediamo ben forniti di buon senso? Nella realtà invece...

Nell'era dell'illuminismo, Voltaire si scatenò in vere e proprie disfide di battute, ironizzando sullo stesso concetto di filosofia: " Quando colui che ascolta non capisce colui che parla e colui che parla non sa cosa stia dicendo: questa è filosofia. " Ma non solo: egli ironizzò anche sul matrimonio, asserendo: " il divorzio risale probabilmente alla stessa epoca del matrimonio. Ritengo, comunque, che il matrimonio sia più antico di qualche settimana".
Un teologo assai in vista nel XVIII secolo, criticò i "Nuovi saggi sull'intelletto umano" di Leibniz scorgendo in essi una velata forma di ateismo: si dice che quando i due si incontrarono il teologo si vantò di aver scoperto il vero proposito dell'opera di Leibniz e che questi, in risposta, gli disse con ironia: "Voi sì che avete capito tutto!".

Nel secolo dei "Lumi", Kant , che per tutta la vita rimase scapolo, ebbe modo di ironizzare sul gentil sesso; proprio lui, che aveva elevato a principio il coraggio di servirsi del proprio intelletto contro ogni pregiudizio e autorità, sembra perdere con le donne il lume della ragione quando afferma che " le donne dotte adoperano i libri pressapoco come l'orologio, che esse portano per far vedere che ne hanno uno, sebbene di solito esso sia fermo o non vada con il sole "; tuttavia, Kant stesso faceva notare acutamente che " tutto ciò che è stato scritto dagli uomini sulle donne deve essere ritenuto sospetto dal momento che essi sono ad un tempo giudici e parti in causa ".

Autore di mordaci battute contro il sesso femminile fu, nell'Ottocento, Schopenhauer (che di Kant si dichiarava seguace), il quale scrisse addirittura un opuscolo sull'argomento ( L'arte di trattare le donne ): egli fa ad esempio notare che " fra uomini esiste, per natura, soltanto indifferenza; ma fra donne, già per natura, vi è inimicizia... anche solo incontrandosi per strada, si guardano a vicenda come guelfi e ghibellini "; sempre Schopenhauer, di fronte all'insuccesso che nei primi tempi riscuoteva la sua filosofia, potè notare ironicamente: " " io non ho scritto per gli imbecilli. Per questo il mio pubblico è ristretto " .

Norman Malcom, che fu allievo di Wittgenstein, ci ha lasciato un interessante ritratto del filosofo: " Wittgenstein, è il caso di ricordarlo, affermò una volta che si sarebbe potuto scrivere un'opera filosofica valida composta interamente di battute di spirito (senza essere faceta). Un'altra volta disse che un trattato filosofico avrebbe potuto contenere solo domande (senza risposte). Nei suoi scritti usò largamente entrambi i metodi. Ad esempio: 'Perché un cane non può simulare il dolore? E' troppo onesto?' (Ricerche filosofiche, parte 1^, parag. 250, Einaudi, Torino 1974, p. 120) " (cfr. N. Malcom, Ludwig Wittgenstein, Bompiani, Milano 1974, p. 47). Una volta Wittgenstein affermò : "davvero non riesco a capire come si possa leggere Mind [ rivista filosofica, n.d.r.] invece di Street & Smith [ rivista di gialli,n.d.r. ]. Se la filosofia ha qualcosa a che vedere con la saggezza, senza dubbio in Mind non ce n'è neppure un granello, mentre spesso se ne trova un granello nei racconti polizieschi" (cfr. N. Malcom, Op.cit., p. 55). Malcom riferisce un episodio che lo riguarda : "Nell'autunno del 1940 divenni professore a Princeton, e Wittgenstein mi scrisse:'Le auguro buona fortuna, soprattutto nel suo lavoro all'università...Solo per miracolo riuscirà a svolgere un lavoro onesto insegnando filosofia...' " (cfr. Ibidem, p. 56).

Il filosofo Bertrand Russell diceva a riguardo del lavoro: " Uno dei sintomi dell'arrivo di un esaurimento nervoso e' la convinzione che il proprio lavoro sia tremendamente importante. Se fossi un medico, prescriverei una vacanza a tutti i pazienti che considerano importante il loro lavoro. " Sempre Russell scrisse: Tutti sanno la storia di quel padre che, bastonando il figlio, gli diceva: "Figlio mio, credimi, fa più male a me che a te". Al che il figlio rispose: "Allora, papà, perchè non lasci che ti bastoni io?" Concluderei con Umberto Eco, il quale, pur non essendo un filosofo di professione, è un cultore dell'umorismo più fine. Eccovi alcune battute da Filosofi in libertà (cfr. U. Eco, Il secondo diario minimo, Bompiani, Milano 1992,pp. 203 ss.): - Tutti gli uomini sono mortali, Socrate è uomo, ergo Socrate è mortale...- Ah, deduttore! - Schopenhauer da piccolo: - Ma che bel bambinone! E com'è che cresci così, dimmi un po'? - Volontà, signora, tutta volontà... - Nietzsche alla biglietteria della stazione: Un biglietto di andata e eterno ritorno... - Gentile in confessione: ...E poi ho commesso un atto puro... - Boutroux va dal datore di lavoro: - E poi naturalmente pretendo l'indennità di contingenza... Bertrand Russell per spiegare la critica popperiana dell'induzione ricorreva ad un esempio esilarante: "Fin dal primo giorno questo tacchino osservò che, nellallevamento dove era stato portato, gli veniva dato il cibo alle 9 del mattino. E da buon induttivista non fu precipitoso nel trarre conclusioni dalle sue osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e di giovedì, nei giorni caldi e nei giorni freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Così, arricchiva ogni giorno il suo elenco di una proposizione osservativa in condizioni le più disparate. Finché la sua coscienza induttivista fu soddisfatta ed elaborò uninferenza induttiva come questa: "Mi danno il cibo alle 9 del mattino". Purtroppo, però, questa conclusione si rivelò incontestabilmente falsa alla vigilia di Natale, quando, invece di venir nutrito, fu sgozzato".
Fonte: http://www.filosofico.net/battute3.html
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