Caffè Filosofico
"Lasciamo da parte quella melensa definizione della filosofia come amore della sapienza che porta lontano dal significato autentico della filosofia. Philos vuol dire aver dinanzi qualcosa di cui si ha cura come di se stessi". (Emanuele Severino, 21-09-2008 Festival di Filosofia a Modena)

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IV MEDITAZIONE (a)

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Messaggio Da Admin - AnnaGarofalo il Gio Mag 01, 2008 1:51 pm

1. In questi giorni mi sono così assuefatto a tenere lontana la mente dai sensi — ed ho compreso in maniera così esatta che sono molto poche [53] le cose che si possono conoscere secondo verità riguardo alle realtà corporee, e che molte più sono quelle che possono essere conosciute riguardo alla mente umana e molte più ancora riguardo a Dio — che senza alcuna difficoltà volgerò il mio pensiero dalle cose immaginabili a quelle che sono soltanto intellegibili e lontane da qualsiasi materia. E certo ho un'idea della mente umana molto più distinta — in quanto è una cosa che pensa, non estesa in lunghezza, larghezza e profondità, priva di qualunque elemento corporeo — che di qualsiasi cosa corporea. E quando considero che io dubito, cioè che sono una cosa incompleta e dipendente, mi viene in mente l'idea chiara e distinta di un ente indipendente e completo, cioè Dio; e per il solo fatto che tale idea è in me — o piuttosto che io che ho quella idea esisto — concludo manifestamente che anche Dio esiste — e da quello nei singoli momenti dipende tutta la mia esistenza — e confido che niente di più evidente, niente di più certo possa essere conosciuto dall'ingegno umano. E già mi sembra di scorgere una qualche via attraverso la quale possa giungere da questa contemplazione del vero Dio — nel quale certamente sono nascosti tutti i tesori delle scienze e della sapienza — alla conoscenza delle altre cose. 2. Prima di tutto riconosco che non può accadere che egli mi inganni mai; ed infatti in ogni menzogna o inganno si trova qualche imperfezione; e sebbene il poter ingannare sembri essere una qualche prova di acutezza o di potenza, senza dubbio il volere ingannare manifesta o malizia o debolezza, e perciò non può darsi in Dio. 3. Quindi sperimento che in me c'è una qualche facoltà di giudicare, che certamente, come tutte le altre cose che sono in me [54], ho derivato da Dio; e poiché egli non mi vuole ingannare, sicuramente non mi ha concesso questa facoltà in modo che, mentre me ne servo correttamente, possa mai errare. 4. E non rimarrebbe nessun dubbio riguardo a ciò, se non ne seguisse che io dunque non posso mai sbagliare; infatti, se tutto ciò che è in me, l'ho ricevuto da Dio, ed egli non avrebbe potuto darmi nessuna possibilità di sbagliare, sembra che io non possa mai errare. Così dunque, per tutto il tempo in cui penso soltanto a Dio ı, e mi volgo tutto a lui, non colgo nessuna possibilità né causa di errore o di menzogna. Ma poi, tornato in me, prendo atto di essere tuttavia esposto ad innumerevoli errori e — ricercando più da vicino la causa di essi — comprendo che si trova in me non soltanto l'idea reale e positiva di Dio, e cioè di un ente sommamente perfetto, ma anche un'idea negativa, per così dire, l'idea del nulla, o meglio di ciò che è il più lontano possibile da ogni perfezione. Comprendo dunque che io sono come qualcosa di mezzo tra Dio e il niente, o che sono così collocato tra il sommo essere e il non essere, che, in quanto sono creato dal sommo ente, non c'è niente in me, per cui io sia ingannato o indotto in errore; ma in quanto partecipo in qualche modo anche del nulla, oppure del non-ente, e cioè in quanto io stesso non sono il sommo ente, e mi mancano quindi moltissime cose, non c'è da stupirsi che io mi inganni. E così in maniera sicura comprendo che l'errore, in quanto è errore, non è un qualcosa di reale che dipenda da Dio, ma è soltanto una mancanza; né quindi per sbagliare mi è necessaria una qualche facoltà data da Dio a questo fine. Mi accade tuttavia di sbagliare, per il fatto che la facoltà di giudicare il vero, che ricevo da lui, in me non è infinita. 5. Ma in realtà questo non mi soddisfa ancora completamente; infatti [55] l'errore non è una pura negazione, ma una privazione, o piuttosto l'incompletezza di una certa conoscenza, che in me ci dovrebbe essere in qualche maniera. A chi considera la natura di Dio non sembra che possa accadere, che egli abbia posto in me una qualche facoltà che non sia perfetta nel suo genere, oppure che sia priva di una qualche perfezione che le è dovuta. Infatti se, quanto più è esperto l'artefice, tanto più perfette sono le opere che da lui nascono, che cosa può essere stato fatto da quel sommo creatore di tutte le cose, che non sia perfetto in tutte le sue parti? E non c'è dubbio che Dio mi avrebbe potuto creare tale, che non mi sbagli mai; e non c'è dubbio che non voglia sempre ciò che è ottimo; oppure forse è meglio, allora, che io mi inganni piuttosto che non mi inganni? 6. Mentre vado considerando ciò con maggiore attenzione, mi viene in mente in primo
luogo che non c'è da stupirsi, se da Dio siano fatte cose le cui ragioni non capisco; e neppure si può dubitare della sua esistenza, per il fatto che forse posso sperimentare che vi sono alcune altre cose, che non comprendo perché o in che modo siano state fatte da lui. Poiché infatti so già che la mia natura è molto debole e limitata, mentre la natura di Dio è immensa, incomprensibile, infinita, da ciò so anche con abbastanza chiarezza che egli può innumerevoli cose di cui ignoro le cause; e per questo unico motivo non ritengo che tutto quell'insieme di cause, che sogliono essere postulate dal fine, abbiano nessuna utilità nelle cose fisiche; ed infatti non posso considerare privo di temerarietà il poter investigare i fini di Dio. 7. Mi viene inoltre in mente che bisogna guardare, ogni volta che investighiamo se le opere di Dio siano perfette, non una sola creatura separatamente, ma tutta la realtà nel suo insieme. Ciò che forse non immeritatamente, se fosse da solo [56], sembrerebbe molto imperfetto, in quanto è parte dell'universo è perfettissimo; e sebbene, da quando ho cominciato a voler dubitare di tutto, ho conosciuto che niente esiste con certezza al di fuori di me e Dio, non posso tuttavia, da quando ho avvertito l'immensa potenza di Dio, negare che molte altre cose siano state fatte da lui, o possano essere fatte, in maniera tale che io stesso sia posto in rapporto all'universalità delle cose create in quanto parte di essa. 8. E quindi, osservandomi più da vicino e ricercando quali siano i miei errori — che soli dimostrano in me la presenza di qualche imperfezione — comprendo che essi dipendono dal concorso di due cause, cioè dalla facoltà di conoscere che è in me, e dalla facoltà di scegliere, cioè dalla libertà dell'arbitrio, cioè dall'intelletto e insieme dalla volontà. Infatti ad opera del solo intelletto comprendo soltanto le idee sulle quali posso dare un giudizio, e in esso così attentamente indagato non si trova nessun errore; sebbene infatti esistano forse innumerevoli cose, delle quali non ho in me nessuna idea, tuttavia si deve dire che non sono propriamente privato di esse, ma soltanto sprovvisto di esse, poiché certo non posso addurre nessun motivo, con cui possa provare che Dio avrebbe dovuto darmi una facoltà di conoscere più grande di quella che mi ha data. Sebbene comprenda che è un artefice esperto al sommo grado, tuttavia non ritengo che avrebbe dovuto mettere nelle singole sue opere tutte le perfezioni, che può porre in alcune. E neanche mi posso lamentare di non aver ricevuto da Dio una volontà o libertà di arbitrio non sufficientemente ampia e perfetta; vedo infatti che non è certamente circoscritta da alcun limite. E cosa che mi sembra molto degna di nota in me non vi sono [57] altre cose tanto perfette o tanto estese, che, a mio giudizio, non possano essere più perfette o più grandi. Se, ad esempio, considero la facoltà di comprendere, subito riconosco che essa è assai incompleta e molto limitata in me — e nello stesso tempo io mi formo l'idea di un'altra facoltà molto più grande, ed anzi assoluta ed infinita — e per il solo fatto che posso concepire l' idea di lui, comprendo che essa appartiene alla natura di Dio. Allo stesso modo, se esamino la facoltà di ricordare o di immaginare, o qualunque altra, non ne trovo nessuna, che non comprenda essere in me tenue e circoscritta, in Dio immensa. Vi è solo la volontà, o la libertà dell'arbitrio, che sperimento essere così grande in me, che non posso pensarne nessuna più grande; cosicché soprattutto a motivo di essa comprendo di portare in me una qualche immagine e rassomiglianza con Dio. Infatti sebbene oltre ogni paragone sia più grande in Dio che in me — sia a motivo della conoscenza e della potenza, che a lei congiunte la rendono più ferma ed efficace, sia a motivo dell'oggetto, poiché si estende in più direzioni — tuttavia, guardata in se stessa formalmente e con precisione, non mi sembra più grande. Tale facoltà infatti consiste soltanto in questo: che possiamo fare o non fare la stessa cosa (cioè affermare o negare, perseguire o fuggire). O piuttosto consiste soltanto in questo, che quando affermiamo o neghiamo, perseguiamo o fuggiamo ciò che ci viene indicato dall'intelletto, agiamo in modo tale che non ci sentiamo determinati da nessuna forza esterna. Né infatti è necessario che io sia portato indifferentemente verso l'una o l'altra parte, per essere libero, ma al contrario, quanto più propendo verso una parte — sia perché [58] in essa vedo evidentemente il motivo del bene e del male, sia perché così Dio dispone l' interno del mio pensiero — tanto più liberamente la scelgo. Certo né la grazia divina né la conoscenza naturale diminuiscono mai la libertà, ma piuttosto la ampliano e la fortificano. Quella indifferenza poi, che esperimento, quando nessun motivo mi spinge da una parte piuttosto che da un'altra, è il grado più basso della libertà, ed in esso non si trova nessuna perfezione, ma soltanto una mancanza nella conoscenza, o una qualche negazione; infatti se sempre riconoscessi chiaramente che cosa sia il vero e il bene, non avrei difficoltà a decidere i termini della scelta o il contenuto del giudizio; e così, per quanto completamente libero, tuttavia non potrei mai essere indifferente. 9. Da ciò poi avverto che la facoltà di volere, che ho da Dio, guardata di per se stessa, non è causa dei miei errori — infatti è grandissima e perfetta nel suo genere — e neanche la facoltà di intendere — infatti tutto ciò che comprendo, dal momento che il dono dell'intelletto proviene da Dio, senza dubbio lo comprendo bene, né in ciò può avvenire che io sia ingannato. Donde nascono quindi i miei errori? Certo dal solo fatto che, siccome la volontà si estende più dell'intelletto, non riesco a costringerla dentro gli stessi limiti, ma la rivolgo anche a ciò che non comprendo; e dal mo mento che è indifferente a tali cose, facilmente si distacca da ciò che è vero e buono, e così mi inganno e pecco. 10. Ad esempio, esaminando in questi giorni se esistesse qualcosa nel mondo ed avvertendo che, per il fatto solo che lo stavo esaminando, ne conseguiva evidentemente che esistevo, io stesso non ho potuto non giudicare che era vero tutto ciò che comprendevo così chiaramente; non perché [59] vi fossi spinto da una qualche forza esterna, ma poiché da una grande luce nell'intelletto ne è conseguita una grande propensione nella volontà, e quindi con tanta maggiore spontaneità e libertà l'ho creduto, quanto meno sono stato indifferente a questo problema. Ora poi non soltanto so che io, in quanto sono una cosa che pensa, esisto, ma inoltre mi si presenta anche una qualche idea della natura corporea, ed accade che dubiti se la natura pensante che è in me, o piuttosto che io stesso sono, sia diversa da questa natura corporea, o se ambedue siano la stessa cosa. Suppongo che ancora nessun motivo si presenti al mio intelletto, che mi persuada dell'una piuttosto che dell'altra cosa. Certamente per questo stesso fatto sono indifferente ad affermare o negare una qualsiasi di queste due cose, o anche a non dare alcun giudizio su questo argomento. 11. Anzi questa indifferenza non si estende soltanto a quelle cose riguardo alle quali il mio intelletto non ha alcuna conoscenza, ma generalmente a tutte quelle cose che non sono conosciute perspicuamente in quello stesso tempo in cui la volontà delibera rispetto ad esse. Sebbene infatti delle congetture probabili mi traggano da una parte, la sola consapevolezza che siano soltanto congetture, e non invece ragioni certe ed indubitabili, basta a volgere al contrario il mio assenso. Cosa che ho provato in maniera sufficientemente sicura in questi giorni, quando ho supposto che fossero completamente false — per il solo fatto che avevo compreso che in qualche modo di loro si poteva dubitare — tutte quelle cose che prima avevo ritenuto certissime.
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