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Cap. 9. Quando il lavoro non funziona - La competizione. Il lavoro significativo

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default Cap. 9. Quando il lavoro non funziona - La competizione. Il lavoro significativo

Messaggio Da Admin - AnnaGarofalo il Dom Mar 23, 2008 1:56 pm

«Il compenso del tuo lavoro deve essere la soddisfazione
che te ne deriva e il bisogno che il mondo ha di quel lavoro.
E allora la vita è un paradiso,
o perlomeno quanto di più vicino al paradiso puoi avere.
In caso contrario — con un lavoro che disprezzi, che ti annoia,
e di cui il mondo non ha bisogno — la vita è un inferno.»
- Du Bois -

«Il lavoro ci evita tre grandi mali: noia, vizio e povertà.»
- Voltaire -

Il lavoro rappresenta una grossa fetta della vita in generale, per cui molti problemi a esso legati si intersecano con altri argomenti di questo libro. Molti dei problemi relativi al lavoro che i miei clienti mi espongono, sono sostanzialmente di carattere interpersonale e a essi si applicano parti del capitolo 6, quello sul mantenimento dei rapporti, ma anche certe considerazioni contenute nei capitoli riguardanti la ricerca, la conclusione di relazioni e la vita familiare.
Alcuni clienti tentano di risolvere conflitti etici che insorgono sul lavoro o di chiarirsi le implicazioni morali implicite nel dirigere altri. Nel capitolo 11, ci occuperemo di etica e morale.
Altri sono alle prese con interrogativi sul senso o lo scopo del loro lavoro (si veda anche il capitolo 12), sul lavoro soddisfacente e sulla possibilità di stabilire un equilibrio tra il lavoro e il resto dell'esistenza. E siccome per-
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lopiù si dedica maggior tempo al lavoro
che a ogni altra attività, è importante prendere in considerazione le specifiche questioni correlate.
Compiere bene il proprio mestiere dà un sentimento di completezza, indipendentemente dal tipo di occupazione. Moltissimi aspirano a un buon lavoro e vogliono ricavarne lodi.
Se sei il capo, tieni presente che riconoscere le realizzazioni dei tuoi subordinati è un valido stimolante. Ma se hai dovuto attendere a lungo un apprezzamento giustamente meritato, tenta di ricavare soddisfazione semplicemente dalla consapevolezza di avere fatto un buon lavoro. Il tuo desiderio di lode è naturale, ma se la lode non arriva, continuare a rimuginarci non ti può dare che infelicità. Il Bhagavadgita mette in risalto l'importanza di fare un buon lavoro come scopo in sé.
«Non permettere che il frutto della tua azione sia il tuo movente; ma non rassegnarti neppure all'inazione.»
— BHAGAVADGITA —
Il Bhagavadgita è un poema sanscrito tradotto in molte lingue, che contiene un dialogo tra un principe guerriero, Arjuna, e Khrisna, incarnazione umana del dio Visnù. Alla vigilia di una grande battaglia, essi discutono l'etica del combattere e uccidere (o restare uccisi) e la natura del dovere.
Dal punto di vista militare, può sembrare che sia ovvio attribuire importanza all'azione collettiva sul campo di battaglia, e il messaggio supremo della dedizione altruistica a un potere più alto può soddisfare i capi sia civili che militari.
Ma il Bhagavadgita per quasi tre millenni non ha avuto molti lettori, proprio perché propone una lealtà consociativa.
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La forza propulsiva consiste nel valore del compiere un dovere per amore del dovere stesso e al servizio di un principio superiore, anziché semplicemente per una busta paga.
Abbiamo tutti conosciuto lavoratori – dipendenti pubblici o del settore privato – che sembrano interessati soprattutto all'orario, che non vedono l'ora di arrivare al venerdì e sono in continua attesa del giorno di paga. Costoro non sono interessati al loro lavoro, bensì ai suoi frutti. Ma per il fatto di essere attaccati soprattutto a questi, impoveriscono la loro attività. Così facendo, scontentano coloro che servono – insieme datore di lavoro e cliente – impoverendo ulteriormente le loro prestazioni. Con questo circolo vizioso, sminuiscono gli stessi frutti del lavoro.
Al contrario, tutti abbiamo conosciuto lavoratori che assolvono i loro compiti in primo luogo secondo lo spirito di servizio, e che sembrano amare ciò che stanno facendo.
Una devozione, questa, che arricchisce le loro prestazioni, e se ne compiacciono coloro che servono – datore di lavoro e cliente insieme. Con questo circolo virtuoso, essi aumentano i frutti delle loro fatiche.
Moltissimi apprezzano poesia, pittura e musica, e le società evolute riservano alcune delle loro massime lodi ai grandi artisti. Nell'atto di creazione, poeti, pittori e compositori sono dediti esclusivamente alla fatica di esprimere la loro arte, non già ai suoi frutti. Se fai bene il tuo lavoro, i frutti maturano di per sé. Se fantastichi di gustare i frutti anziché lavorare bene, quelli non mature-ranno affatto.
Anche tu hai la capacità di fare della tua attività un'opera d'arte. Aspira dunque a essere come un grande artista, qualsiasi cosa tu faccia.
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«Se lavori a ciò che ti spetta, obbedendo con serietà
alla retta ragione, con vigore, con calma,
senza permettere che null'altro ti distragga,
ma mantenendo pura la tua parte divina quasi fossi obbligato a restituirla immediatamente, se a questo ti attieni,
senza nulla aspettarti, ma soddisfatto di vivere secondo natura, esprimendo coraggiose verità in ogni parola che articoli, vivrai felice. E non c'è uomo in grado di impedirlo.»

– MARCO AURELIO –
Competizione
Fare bene un lavoro sotto il profilo filosofico non significa necessariamente compierlo alla perfezione o farlo meglio di ogni altro. Non c'è significato morale nel vincere o perdere una gara. In una corsa vince il più veloce, ma questo non incide sul fatto che sia o meno una persona ammodo. Il valore risiede nel lavorare coscienziosamente, facendo del proprio meglio. Può darsi che il tuo meglio non ti porti per primo al traguardo – né ti porti a un ufficio lussuoso o a un cospicuo aumento di paga – ma se hai tentato di fare del tuo meglio, avrai ricavato soddisfazione personale. Gli stoici hanno mostrato che la soddisfazione è ciò che di valido comporta il lavoro: il risultato che nessun'altra persona può sottrarti, quella parte sulla quale soltanto tu hai potere.
Tutto dipende dal modo con cui misuri il tuo meglio. La nostra è una cultura competitiva, e noi siamo competitivi per natura. È un errore servirsi della prestazione di altri come proprio metro di misura. Ma sarebbe anche un errore non farlo. La competizione mette in risalto sia il meglio che il peggio negli individui. Fai jogging con il tuo vicino più veloce, e vedrai se la tua velocità o resistenza non migliorano. Sull'altro piatto della bilancia, ci sono
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laureandi impegnati in una competizione che strappano le pagine dai periodici scientifici per rendere più difficile, per i loro compagni, aggiornarsi sugli ultimi sviluppi. La competizione non è iniqua per definizione, ma può essere una forza distruttiva.
Dal momento che la nostra società ricompensa comportamenti competitivi particolarmente aggressivi (come negli sport professionali), certuni sono terrorizzati persino dalle forme più blande della competitività. Se la scuola di tuo figlio organizza una gara di atletica, c'è da scommettere che questa si svolgerà in modo che ogni bambino possa parteciparvi, e può darsi persino che a tutti i partecipanti tocchi un premio. Se il proposito è quello di favorire l'amor proprio, questa strategia può avere l'effetto contrario. Infatti, se a ognuno tocca un premio, perché correre?
È perfettamente naturale che alcuni atleti siano più rapidi e altri più lenti. Dobbiamo riservare riconoscimenti ai più rapidi se attribuiamo valore alla rapidità, ma non dobbiamo confondere la rapidità con eccellenza di carattere. Giovanni può correre più svelto di Giacomo, ma questo non fa di Giovanni un individuo migliore di Giacomo. Una competizione creativa, costruttiva, dà modo di scoprire ed esprimere le proprie capacità. In ambito lavorativo, il segreto consiste nel trovare un equilibrio tra competizione e cooperazione.
Lavoro significativo
Per moltissimi il lavoro è una lotta. Pochi sono nati per fare qualcosa in particolare. Il modo di raggiungere la perfezione nella propria esistenza è specifico a ciascuno, e non ci sono ricette infallibili. Moltissime per-
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sone non si sentono nate per il loro lavoro, ma trovare il lavoro giusto per ciascuno è uno dei modi più sicuri di raggiungere la completezza.
Tutti possediamo particolari talenti, ma la maggior parte di noi deve fare un'opera di scavo per scoprire i propri. Trovarli e stabilire come usarli, conferisce un sentimento di significato o scopo alla vita quotidiana. Poco importa quanto elevati o umili siano le tue aspirazioni. Il principio resta lo stesso, che tu sia un grande amministratore delegato, una casalinga, un volontario dell'organizzazione creata da Madre Teresa a Calcutta, un portinaio, uno scultore o un impiegato. Il lavoro ricco di significato è parte integrante di una vita che lo sia a sua volta. Essere licenziati è doloroso, non soltanto a causa delle difficoltà finanziarie che comporta, ma per via dell'attaccamento alla posizione, allo status, ai privilegi, alla sicurezza. Spesso, per le stesse ragioni è penoso anche il pensionamento.
«Ogni lavoro, persino filare il cotone, è nobile; soltanto il lavoro è nobile... Una vita senza difficoltà non è fatta per nessun uomo e neppure per un dio.»
– THOMAS CARLYLE –
Non meno problematici sono i dilemmi relativi alla compiutezza. Questa può per esempio derivare dall'essere un genitore, o da una carriera. È difficile, mantenere un equilibrio. Molti genitori sono alle prese con l'antitesi tra il lavoro fuori casa e la necessità di prestare continue cure ai figli.
Alcuni trovano piena soddisfazione nel dedicarsi interamente ai figli, mentre altri aspirano a salire i gradini della carriera. Più numerosi ancora sono coloro che ricavano soddisfazione nell'una e nell'altra situazione, ma senza trovare il modo di far bene entrambe le cose.
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Come sapere se non provi?
Moltissimi sono quelli che si dedicano a una gamma di attività nel corso della loro vita attiva, e sempre più spesso le occupazioni in questione non appartengono agli stessi campi.
Ormai è tramontato da un pezzo il tempo del company man (così negli Stati Uniti si designa la persona che è entrata in un'azienda non appena finiti gli studi e la lascia quarant'anni dopo, con un orologio d'oro e una stretta di mano come attestato del suo leale servizio). Certe persone cambiano attività perché vengono licenziate, altre lo fanno perché trovano pascoli più verdi e non nutrono verso la loro azienda una lealtà maggiore di quella che l'azienda nutra nei loro confronti.
Altri se ne vanno semplicemente perché desiderano un cambiamento di ritmi, e molti sono alla ricerca della strada che li porti all'appagamento. In altre parole, si provano in occupazioni o campi di attività che sembrano loro ideali.
Fare un lavoro che non piace, non è necessariamente un male. A volte bisogna dedicarsi a un'occupazione per scoprire che non si è tagliati per farla. Non puoi venire a sapere tutto con la sola ragione, come vorrebbero i razionalisti.
Certe cose bisogna apprenderle mediante l'esperienza. Questa tuttavia non è l'unica maestra. Sulle nostre esperienze dobbiamo anche ragionare. Là, nell'aurea mediocritas tra rigido razionalismo e rigido empirismo, corre un sentiero sensato che permette di vivere la propria vita e trarne insegnamenti. Valide lezioni possono venire persino da esperienze negative. Se si riflette seriamente sull''opportunità o meno di una certa mansione, c'è un unico modo per averne la certezza: provarla.
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«L'unico modo per imparare a riconoscere e a evitare le trappole della riflessione, consiste nel familiarizzarsi
con esse nell'applicazione, magari con il rischio di acquisire sapienza con esperienze negative. È inutile anteporre una prefazione al filosofare sotto forma di un corso introduttivo alla logica, nella speranza che al novizio venga così risparmiato il rischio di imboccare la strada sbagliata.»

— LEONARD NELSON —
Quel grande filosofo per ragazzi che è il dottor Seuss si occupa appunto di questo tema nel suo celebre saggio Green Eggs and Ham* (Uova verdi e prosciutto).
L'empirica domanda iniziale «Ti piacciono le uova verdi col prosciutto?» resta senza risposta fino alle pagine conclusive perché il protagonista si rifiuta di assaggiarle. Quando finalmente accetta di farlo, rinuncia alla sua precedente riluttanza e dichiara: «Sì che mi piacciono le uova verdi col prosciutto!» Per altro, dopo una serata passata con certi compagni — alcuni dediti alla gozzoviglia — Voltaire fu invitato a unirsi a loro anche la sera dopo, ma rifiutò spiegando: «Una volta un filosofo; due volte un pervertito». Impossibile sapere a meno di non tentare. Ma, a meno di non riflettere sulle tue esperienze, non sarai in grado di approfittarne ai fini del tuo progresso.
Ti puoi risparmiare tempo e fatica servendoti della ragione e dell'esperienza per scegliere autonomamente una strada adatta a te. Ma se i tuoi sforzi comportano delusioni e mancata realizzazione, se si rivelano poco promettenti, impossibili, o iniziative infelici ai fini del tuo avanzamento, tieni presente che non hai comunque sprecato il tuo tempo — a patto di far tesoro di ciò che hai appreso e di servirtene la prossima volta.
* Sono dette "uova verdi" quelle che in Cina vengono seppellite ed estratte dopo qualche tempo, quando sono diventate appunto "verdi", in un certo senso "mummificate". (N.d.T.)
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