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L’opportunità del limite

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Messaggio Da Admin - AnnaGarofalo il Sab Mag 08, 2010 3:40 pm



Le recentissime e comunque attuali polemiche innescate dalla scintilla Santoro mi sembrano invitare ad una attenta, seppur breve, riflessione.

La fattispecie: in una trasmissione TV si eccede il limite di tolleranza.

Questa premessa per evidenziare l’opportunità del limite.

Limite – termine frainteso spesso come sinonimo di limitazione, divieto, proibizione – ma che propriamente nell’universo di discorso che circoscriviamo, indica una dimensione psicologica di consapevolezza interiore. Sapere che “fino a quel punto posso andare.. oltre no”

Consapevolezza che diviene da sorta di imperativo morale anche prassi e condotta del vivere in comunità.

Anche nella comunità del Villaggio Globale.

Mi soffermo sul limite perché – sia nel campo protetto del temenos analitico sia nel territorio aperto del sociale – ho assai spesso messo a fuoco che è l’acquisizione di questa consapevolezza a segnare l’ingresso del soggetto in una dimensione adulta di adeguato equilibrio.

Equilibrio dinamico e sempre negoziabile tra spinte interne e forze esterne, tra soggetto e oggetto, nella relazione duale e nel rapporto con il contesto / Mondo.

Il contesto dei mass media, multimediali e non, ben guadagnerebbe a mio avviso ove tenesse presente l’indicazione di un limite.

Limite da darsi nel modo e nel tono con cui si confeziona e dirama la notizia; limite di competenza specifica che consenta a chi la notizia diffonde di non invadere territori di non pertinenza.

Limite anche nella modalità di comunicazione con cui il messaggio viene emesso e diramato.

P.Watzlawick (Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Astrolabio- Ubaldini, 1971) ha da gran tempo evidenziato che in ogni messaggio c’è un aspetto di report e uno di command.. ovvero che oltre il messaggio verbale (espresso in parole) c’è un concomitante e parallelo messaggio non verbale(tono, volume, etc..) che meglio definisce il primo e lo qualifica.

E che spesso ha ridondanza maggiore del primo.

Lo ricordino – per favore – gli addetti alla comunicazione pubblica.

Siamo abituati in questa nostra Italia ad ascoltare – volta per volta, evento per evento, catastrofe per catastrofe – un messaggio pressoché unico, pressoché totalmente polarizzato e totalizzante.

Nelle varie fattispecie che divengono oggetto di notizia / report / trasmissione tutta l’attenzione viene concentrata e pare quasi non consentire la sussistenza di argomenti altri.

Ed altri eventi ci sono sempre.

Posso dire ancora che l’investimento dell’attenzione su un solo oggetto non giova.

Non giova al soggetto utente individuale che tutto viene assorbito,a volte sino allo smarrimento, dall’evento de quo.

Non giova alla comunità che ancora una volta recepisce il messaggio unico come l’unico vero evento di cui occuparsi.

E ci sono sempre altri eventi di cui occuparsi.

A chi giova tutto questo?

Una osservazione ancora sulla tonalità emotiva e sulle derivanti conseguenze psicologiche nell’utente recettore del messaggio.

Mi soffermo – come esempio emblematico - sull’evento grave e / o luttuoso: questo tipo di evento richiede ed esige in primo luogo la descrizione accurata della realtà.

In secondo luogo, esige il rispetto perché il dolore / lutto è dimensione che attiene alla sfera della interiorità

umana e non può divenire occasione di spettacolo.

Se pure, vogliamo a volte ipotizzare, al cosiddetto fin di bene.

La drammatizzazione / spettacolarizzazione, per non dire la strumentalizzazione politica e lo sfruttamento cinico, non giova.

Anzi danneggia.

Danneggia a breve e medio termine il recettore del messaggio, per quanto sin qui detto.

Danneggia anche l’emittente della siffatta comunicazione.

A medio e lungo termine, la comunicazione drammatizzata e totalizzante e s-calibrata di cui andiamo scrivendo può produrre un effetto negativo: ancora P.Watzlawick (Istruzioni per rendersi infelici, Milano, Feltrinelli, 1984) ha evidenziato che l’aspettativa pessimistica ha alte probabilità di autodeterminarsi.

Proviamo, allora, a raggiungerlo e ad usarlo questo senso del limite?

Nel parlare e nell’intervistare; nel raccontare, nel configurare il palinsesto, nel calibrare / modulare gli interventi.

Queste note per gli amici giornalisti che io comunque grandemente stimo per la irrinunciabile funzione di informazione che forniscono.

E per tutti noi.



Simonetta Putti

Analista Junghiana e psicoterapeuta

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Messaggio Da santo messina il Dom Set 12, 2010 4:16 am

Penso che quelle citazioni, se usate in astratto e non riferite a casi concreti, lasciano il tempo che trovano. La pragmatica comunicativa è una questione complessa e ogni analisi deve essere riferita a comportamenti che si svolgono, non nel vuoto sociale e storico, ma all'interno di un "frame" (come il grande Bateson ci ha insegnato), cornice che conferisce significato al processo comunicativo più di quanto non gliene diano le parole e i comportamenti stessi. Poi mi pare importane, sotto diversi profili, la differenza tra darsi un limite e sentirselo imporre. La libertà, i gradi di libertà consentiti in una data società alla comunicazione, si sa, devono essere esplorati e agiti nel loro perimetro esterno. Con simpatia, S.Messina

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