Caffè Filosofico
"Lasciamo da parte quella melensa definizione della filosofia come amore della sapienza che porta lontano dal significato autentico della filosofia. Philos vuol dire aver dinanzi qualcosa di cui si ha cura come di se stessi". (Emanuele Severino, 21-09-2008 Festival di Filosofia a Modena)

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Le Cronache di Narnia

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Messaggio Da Admin - AnnaGarofalo il Mer Feb 09, 2011 9:43 pm

Ora sapeva che qual era la via che portava ad Anvard, ma non poteva
certo seguirla: sarebbe stato come gettarsi fra le braccia di Rabadash.
"E allora cosa posso fare? " si chiese il ragazzo.
Rimontò a cavallo e continuò per la via che aveva scelto, nella vana
speranza di incontrare una casupola dove chiedere asilo per la notte e
qualcosa da mangiare. Pensò persino di tornare da Aravis, Unni e Bri in
casa dell'eremita, ma si rese conto di non poterlo fare perché non aveva
la più pallida idea di quale fosse la via per arrivarci.
"In fin dei conti" pensò Shasta "da qualche parte questa strada porterà".
Ovviamente, tutto dipende da cosa si intende per "da qualche parte... ".
La strada si dirigeva verso alberi sempre più fitti, scuri e bagnati, e
l'aria era sempre più fredda. Soffiava un vento gelido che faceva
ondeggiare la foschia davanti i suoi occhi, ma non abbastanza da
spazzarla via del tutto. Se fosse stato pratico della montagna, Shasta
avrebbe capito che le raffiche di vento significavano che si trovava
molto in alto, forse addirittura in cima al passo: ma lui non conosceva
la montagna.
"Credo di essere il ragazzo più sfortunato del mondo" pensò. "Va bene a
tutti tranne a me. Quei signori di Narnia sono fuggiti sani e salvi da
Tashbaan: e guarda caso io sono rimasto là. Aravis, Bri e Unni se ne
stanno tranquilli al calduccio in casa dell'eremita; l'unico a doversene
andare sono stato io. Re Luni e i suoi uomini sono al sicuro nel
castello con le porte sbarrate in faccia a Rabadash: io, invece, sono
rimasto fuori".
Con la pancia vuota e stanco morto, Shasta si fece così triste che le
lacrime cominciarono a scorrergli sulle guance, ma uno spavento
improvviso lo riportò in sé. Qualcuno o qualcosa camminava al suo
fianco: era buio pesto, non si vedeva niente e la cosa (o persona)
camminava tanto silenziosa che non si distinguevano i passi. Shasta
sentiva solo respirare e a quanto pare l'invisibile compagno prendeva
boccate d'aria gigantesche, come un essere di dimensioni enormi. Infine
il ragazzo si rese conto che gli strani respiri si succedevano a ritmo
irregolare, in modo da rendergli impossibile stabilire da quanto tempo
l'animale gli stesse accanto.
Fu uno spavento terribile: gli tornò in mente che molto tempo fa aveva
sentito parlare dei giganti che vivono nei paesi del Nord e si mosse un
labbro dal terrore.
Ora che aveva un buon motivo per piangere, Shasta smise immediatamente e
si asciugò le lacrime. La Cosa (a meno che non si trattasse di una
persona) continuò a camminargli a fianco, ma così silenziosamente che
Shasta cominciò a sperare di averla solo immaginata. Era quasi riuscito a
convincersi, quando ecco venire dal buio un sospirone profondo. No, non
l'aveva immaginata! Aveva appena sentito un alito caldo sulla mano
intirizzita.
Se il cavallo fosse stato in gamba - Shasta avesse saputo come domarlo -
avrebbe tentato il tutto per tutto, magari fuggendo al galoppo. Ma il
ragazzo non era in grado di governarlo e continuò al passo, mentre il
compagno invisibile seguitava a camminare e respirargli accanto. Alla
fine non ne poté più:- Chi sei? - chiese Shasta in un sussurro.
- Uno che ha aspettato a lungo che tu parlassi - rispose la Cosa. La voce non era acuta e sonora, ma bassa e profonda.
- Sei... un gigante? - domandò Shasta.
- Se vuoi puoi chiamarmi gigante, ma non appartengo alla razza alla quale tu pensi.
- Non riesco a vederti - disse Shasta dopo aver fissato a lungo il
vuoto. Poi, quasi gridando (perché gli era venuta in mente un'idea ancor
più spaventosa): - Non sei una Cosa morta, vero? Ti prego, ti prego,
vattene via! Che male che ho fatto? Sono la persona più sfortunata del
mondo...
Ancora una volta sentì l'alito tiepido della Cosa sul viso e sulle mani.
- Senti? Non è l'alito glaciale di un fantasma. Raccontami le tue pene.
Shastasi rassicurò un poco a sentirne il tepore e raccontò che non aveva
mai conosciuto i veri genitori ed era stato allevato duramente da un
pescatore. Raccontò la storia della fuga e di come fossero stati
inseguiti dai leoni e costretti a buttarsi in mare per salvarsi la vita.
Narrò dei pericoli passati a Tashbaan e della notte fra le tombe con le
bestie che ululavano nel deserto. Raccontò del caldo e della sete
sofferti nel viaggio attraverso il deserto e di come, quasi arrivati a
destinazione, un altro leone li avessi inseguiti, ferendo Aravis.
Precisò che erano secoli che non metteva qualcosa sotto i denti.
- Non mi sembri poi tanto sfortunato - disse la voce profonda.
- Non credi che sia una sfortuna incontrare tutti quei leoni?
- Era uno solo - rispose la voce.
- Ma cosa dici? Ti ho appena raccontato che la prima notte ce n'erano due, e poi...
- Ce n'era solo uno, però velocissimo.
- Come fai a saperlo?
- Quel leone ero io. - Shasta rimase a bocca aperta senza dire niente,
ma la voce continuò: - Sono il leone che ha fatto in modo che
incontrassi Aravis. Sono il gatto che che ti ha fatto compagnia fra le
case dei morti e quello che mentre dormivi ha scacciato gli sciacalli.
Sono il leone che ha terrorizzati i cavalli, dando loro la forza di
compiere l'ultimo tratto di strada: volevo che arrivassi in tempo da re
Luni. Anche se questo non puoi ricordarlo, sono io che ho spinto la
barca con te bambino, allo stremo delle forze, verso la spiaggia dove si
trovava un uomo che quella notte non riusciva dormire e che fu pronto
ad accoglierti
.
- Allora sei stato tu a ferire Aravis?
- Proprio così.
- Ma perché?
-Ragazzo, ti sto raccontando la tua storia, non la sua.
- Chi sei? - domandò Shasta.
- Me stesso - rispose la voce, in tono così basso e profondo che la
terra tremò; e ancora: - Me stesso - con voce chiara squillante; e una
terza volta: - Me stesso - sussurrato appena. Ora non si sentiva più
nulla ma le parole echeggiavano da ogni dove, lievi come il tremito
delle foglie.

Shastanon temeva più che la voce appartenesse a una Cosa che volesse
mangiarlo o un fantasma, e anche se assalito da un nuovo genere di
timore, si sentì finalmente più tranquillo.
Da nera la foschia si fece grigia, da grigia tornava rapidamente bianca.
Il tempo aveva cominciato a cambiare già da un bel po', ma Shasta se ne
accorse soltanto adesso: mentre parlava con la Cosa aveva letteralmente
dimenticato tutto il resto. Il biancore che lo circonda una divenne
abbagliante, tanto da costringerlo a socchiudere gli occhi. Da qualche
parte cantavano gli uccelli. Shasta capì che la notte era arrivato alla
fine alla fine e cominciò distinguere i contorni della criniera e il
collo del cavallo davanti a sé. Una luce dorata proveniente da sinistra
lo inondò all'improvviso: pensò che fosse il sole.
Si girò di scatto vide un leone più alto del cavallo che gli camminava a
fianco. Il cavallo non dimostrava di averne paura, o forse non lo
vedeva. Era il leone a emanare tanta luce: non mai si era vista una cosa
più bella e imponente.
C.S. Lewis, Le Cronache di Narnia, Mondadori, 2007, pp. 408-412.
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