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15 Ottobre 1926 - Michel Foucault

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Messaggio Da Admin - AnnaGarofalo il Gio Ott 16, 2008 10:24 pm



In Foucault intanto esiste non un soggetto spontaneo, cioè gli uomini non diventano soggetti o identici a se stessi per un processo naturalistico, ma lo diventano perché in tutte le società esistono delle operazioni che Foucault chiama di partage, cioè di separazione: io mi definisco in quanto tale perché, a un certo punto, escludo che il mio Io della veglia sia uguale all'Io del sogno. Sono i primi studi di Foucault negli anni Cinquanta: sogno ed esistenza. Successivamente, nella Storia della follia, Foucault mostra come 'io' definisca l'individuo sano in quanto non pazzo. I pazzi circolavano tranquillamente nel Medioevo. Se uno guarda i quadri della tradizione medievale, vedrà questi pazzi che girano per le città. Successivamente, quando finiscono i grandi cicli epidemici, la peste, questi edifici che servivano per mantenere in quarantena i malati di peste vengono trasformati in manicomi e quindi il problema della pazzia viene in un certo modo tematizzato, problematizzato, in una determinata epoca. Poi nell'Ottocento si fa un'altra distinzione, un altro partage, quando nasce il problema della criminalità: io sono un cittadino per bene e non un criminale e i criminali, per rendere visibile questa divisione, vengono isolati nelle carceri, che non hanno nessuna funzione sociale, dice Foucault, perché in realtà sono fabbriche di delinquenza, quindi è assurdo mandare la gente in carcere per combattere il crimine, perché in realtà il crimine viene moltiplicato; però, mandando la gente in carcere, il cittadino per bene si separa dal delinquente. Un'altra tranche, un altro taglio, viene fatto ad esempio più tardi con la sessualità: distinguere l'individuo sessualmente sano dal deviante; quindi c'è tutto un battage tra l'epoca vittoriana e la nostra per distinguere la sessualità buona dalla sessualità malata. Però la costituzione del soggetto, per Foucault, ha radici molto più antiche; oggi si ripropone nella forma che gli avevano dato gli stoici romani, soprattutto Seneca o Marco Aurelio, cioè vivendo in un'epoca in cui le leggi non hanno efficacia, in cui la gente non crede più alle leggi generali, l'unico modo di procedere, secondo Foucault, è di dare forma a se stessi, di scolpirsi come una statua, di avere cura di sé, cioè di plasmarsi, dare a ciascuno la propria legge. E' quella che Foucault chiama un'estetica dell'esistenza; dice: "Ci diamo tanto da fare per avere una lampada fatta da un bravo designer e poi non ci preoccupiamo di noi stessi". Sotto questo punto di vista per Foucault la costituzione del soggetto è il risultato delle forze che plasmano (dall'esterno o dall'interno, quindi autocertificazione) il soggetto stesso.


Quindi l'individualità occidentale è nata, secondo Foucault, dalla convergenza di tutte queste pratiche e di tutte queste teorie, che fanno sì che noi siamo quello che siamo, nella nostra civiltà, perché queste forze ci hanno plasmato. E ora che queste forze che ci hanno plasmato ci abbandonano, perché non c'è più nessun regista che ci possa dire quello che dobbiamo fare, il ritorno alla tradizione antica, appunto, alla cura di sé o all'estetica dell'esistenza, indica che noi ci troviamo di fronte a un campo non soltanto di divieti, ma a un campo di opportunità che dobbiamo sfruttare. Per questo, per Foucault, la soggettività non è qualcosa che riguarda semplicemente la coscienza; e quindi qua avrebbe ragione Schopenhauer: noi non possiamo afferrare un'essenza dell'Io eterna e naturale, noi possiamo però fare qualche cosa di diverso, noi possiamo costruirci e noi siamo ciò che è l'effetto della nostra capacità di costruirci.


Michel Foucault nichilista? Lo storico della follia, della prigione, della nascita della psichiatria, delle norme e dell’ordine del discorso, della sessualità e del governo di sé, era un nietzschiano relativista, negatore della verità? Era l’ultimo paladino dell’antioccidentalismo, l’antiumanista profeta della fine della metafisica e della morte della soggettività, come scrissero Luc Ferry e Alain Renaut, in un saggio di vent’anni fa (“La pensée 68” ed. Gallimard) al quale Sarkozy avrebbe attinto a piene mani? Neanche per sogno. A proporre una sua reinterpretazione oggi è Paul Veyne, lo studioso di Roma antica, di Seneca e Nerone, dell’impero e dei gladiatori, che i nostri lettori conoscono per un saggio sulla conversione di Costantino, in cui racconta le conseguenze straordinarie di quel gesto che trasformò il culto di una piccola setta ascetica nella religione di un impero (“Quand notre monde est devenu chrétien” 312-394, ed. Albin Michel). 
Con la stessa curiosità e identico smalto, Veyne propone ora un ritratto inedito del suo amico e collega, che fu uno degli storici più brillanti del secondo Novecento (“Foucault sa pensée, sa personne”, Albin Michel), ma se uno gli domanda se abbia avuto un intento apologetico, il primo a schermirsi è lui: “No – dice Veyne – volevo solo cercare di capire un pensiero difficile, segnato dallo scetticismo e dall’empirismo. E’ stato lo stesso Foucault a offrirmene la chiave. Una sera parlando dei miti, mi disse: ‘Heidegger voleva sapere qual è il fondamento della verità; Wittgenstein, cosa si dice quando si dice la verità; a me invece interessa capire perché la verità è così poco vera’. Per tutta la vita, Foucault non ha fatto che interrogarsi sui ‘giochi di verità’, su quelle verità peculiari a ogni epoca, e sempre diverse come ogni periodo storico”.

 E’ per questo che nel ritratto che Veyne avrebbe voluto intitolare “Un Samurai nella vasca del pesce”, è l’uomo a tutto tondo che respira, non solo lo storico e il filosofo della cultura. E’ l’uomo che sa di pensare entro le categorie del suo tempo, ma per renderle intellegibili deve uscirne fuori. E’ il militante pronto a mobilitarsi per ogni giusta causa, Vietnam, Boat People, antisovietismo, persino il khomeinismo, che induca all’indignazione e alla rivolta. Pensatore ubiquo, estraneo alla destra, refrattario alla sinistra, Foucault, in fondo, per Veyne è rimasto sommamente indifferente al potere. “Come hai fatto? Mi chiese nel 1981 quando seppe che avevo votato socialista”, ricorda oggi Paul Veyne. “All’epoca, stava lavorando a un saggio mai scritto contro l’utopia socialista. E da intellettuale di sinistra era discretamente in crisi. Viveva uno straordinario sdoppiamento. Era capace di prendere posizioni rischiando la vita, ma senza perdersi in spiegazioni razionali”. Dunque, era ossessionato dalla verità, ma non credeva nella ragione, men che meno nella verità come ideale assoluto. Si contentava di studiare i fatti nella loro singolarità, e rielaborarli per spiegare l’ordine “discorsivo” della verità. Antimetafisico, viveva senza rimpianti il tramonto di ogni fondamento trascendente. “Ma tutto questo – sottolinea Veyne – non gli ha mai impedito di esprimere opinioni radicali e di metterle in pratica, anche a rischio della propria vita, come quando in Tunisia si fece quasi torturare”.
Ma il fatto che non credesse nella verità, non rende caduca l’azione del militante? “Niente affatto. Pensare di essere indeboliti se non si hanno ragioni sublimi, vuol dire esagerare il ruolo del pensiero; non capire che a guidare l’uomo non è la testa ma la pancia, non la teoria ma i sentimenti. Eravamo giovani e un bel giorno l’omofobia ci è parsa scandalosa, ma non abbiamo cercato di spiegarne il perché. Così, per un soldato della Prima guerra mondiale o un partigiano, sarebbe assurdo pensare che l’assenza di argomenti avrebbe minato la loro adesione a un ideale”.
Foucault dunque era uno scettico animato da forti convinzioni; non credeva nella verità, ma odiava il regime sovietico; non aveva ideali, ma s’indignò per il massacro di Sabra e Chatila; era un socialdemocratico, ma soffriva per il lassismo dei socialisti. “La loro particolarità è di non avere un programma, ma solo clientele, non avere idee, ma solo una tattica, quella del lasciare tempo al tempo, come diceva Mitterrand”. Era un ribelle, un libertario, “un brave pédé sans problème”, come lui stesso si dichiarava, ma per un attimo sognò di sposarsi una von Bülow, reincarnazione dell’ultimo grande amore di Nietzsche. Si vantava di essere un accanito fornicatore, ma non voleva che i gusti sessuali definissero l’identità di una persona, anche se morì nel 1984 di Aids. Era il prototipo dell’intellettuale libero, liberato, occidentale eppure, altro paradosso, nel 1979 inneggiò alla rivoluzione di Khomeini contro lo Shah di Persia. “Era convinto che tra 500 anni la gente avrebbe pensato in un modo diverso dal nostro, e davanti alla nuova dimensione politica della religione, si domandò se non fosse l’annuncio dell’avvenire”, spiega oggi Veyne. Fu un altro sdoppiamento di personalità, dove lo scettico, volterriano erede della libertà di pensiero, s’inchinava al carisma dell’ayatollah, guardando dall’esterno la stessa cultura che gli permetteva di essere scettico e libertario. Ma in questo modo non c’era il rischio di un fanatismo radicale sostitutivo della religione, e soprattutto non si finiva per dare un contributo determinante alla deriva relativista dell’occidente, minandone alla base la sua stessa tenuta? “Non so cosa Foucault avrebbe pensato. Per paura di cadere nel dogma dell’occidente centro del mondo suppongo che ne avrebbe diffidato” dice Veyne. “E’ questa forse l’origine della sua infatuazione khomeinista; ecco una postilla che dovrei aggiungere al mio libro”. Foucault insomma diffidava delle idee correnti, delle verità acquisite, ma ha finito per corroborare senza saperlo l’incertezza dell’occidente che oggi abbiamo sotto gli occhi. “No, non direi. Solo i preti e i comunisti pensano che la gente reagisca perché indottrinata. In realtà, gli uomini si muovono di pancia, non di testa. E se oggi cinque milioni di musulmani chiedono per le loro donne medici donne, testa coperta e piscine separate, Foucault è morto venticinque anni fa quando il problema del multiculturalismo non esisteva. Non so cosa avrebbe pensato oggi. Certo, l’occidentalismo è una superstizione, ma io trovo orripilanti lo spettacolo delle donne separate e l’idea che la verginità diventi un diritto per il matrimonio, e il 73 per cento dei francesi la pensa come me”.

Marina Valensise
© Il Foglio, 1 luglio 2008



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